domenica 19 luglio 2009

documenti: L'immacolata narrazione


Leggo sul n. 24 di Elpis del 12 aprile scorso, alle pagg. 22-23, un articolo del mio amico e cugino Armando Vitale, intitolato “Addio Pignari”...“simbolo rappresentativo”, “oggetto di culto”, e ora di rimpianto.

Fin da subito si può osservare, volendo, uno dei sintomi meno equivocabili di una condizione “terminale”, in qualsiasi contesto socioculturale, che è proprio la proliferazione degli “oggetti di culto”. Ma, a parte questo, afferma l'articolo: “...bisognava pensarci prima...la loro sofferenza era evidente...Ma chi doveva pensarci?” E qui, Armando, scrivendo “le amministrazioni comunali che si sono avvicendate nell'ultimo trentennio”, scommette sul fatto che nessuno si accorgerà che sta truccando la risposta. Non solo perché sottrae se stesso a un vaglio cui vorrebbe sottoporre indistintamente tutti gli altri, ma soprattutto perché ricade di nuovo nella tentazione più tipica della sottocultura andreolese: il vezzo perseverante di pontificare, rigorosamente quando ormai è troppo tardi, seguendo uno schemino prestampato, che dovrebbe andar bene per tutti e, soprattutto, evitare di disturbare coloro che, notoriamente, non gradiscono di essere disturbati.

Purtroppo, però, la storia - sia quella grande, sia quella minuscola data a intendere per grande - non solo non offre “nascondigli”, ma neppure ha nulla a che fare con le “buone maniere”, con le cautele “diplomatiche”, le accortezze “strategiche”, e le precauzioni “ecumeniche”. Soprattutto se queste “virtù” sono esercitate con malizia politica, e se chi decide di parlare, scrivere o rendere una testimonianza, lo fa solo dopo aver attentamente valutato chi sono i suoi potenziali “bersagli”, e quanto deve essere stimata pericolosa, sulla base delle esperienze passate, una loro eventuale reazione.

“Chi doveva pensarci, e quando”? Forse intanto lui (giacché la sofferenza delle due piante “era evidente”) che non credo abbia avuto meno tempo degli altri, nell'ultimo trentennio, per cicalare su questioni politiche locali. E' molto facile, infatti, chiedere ad Armando perché non ha scritto un articolo sull’argomento un paio d’anni prima. Così come è facile rammentargli due o tre passaggi, sul tema specifico, di quella storia che egli continua a scambiare con filastrocche languide e ingenue, sulle quali la censura del regime non ha motivo di abbattersi.

Intanto i Pignari, “simbolo rappresentativo”, non erano nemmeno di proprietà del comune. Fu l'amministrazione Cosentino ad acquistarli, dalla famiglia Peltrone-Ricci, e poi a potarli, rivolgendosi (pagando) al più esperto che si potesse trovare in circolazione in quel momento. Furono poi eliminati gli eucalipti (che forse adesso stanno ricrescendo...anzi ricordo anche le lamentele di qualche “comunista da ombrellone” a proposito del taglio degli eucalipti...) e si decise di far finalmente eseguire il progetto esistente per quell'area, visto che i tecnici incaricati la parcella (altro tipico “oggetto di culto”, laico e religioso, locale) l'avevano già incassata.

Sarebbe necessario, a questo punto, aprire una parentesi – sempre con la dovuta precisione rispetto a nomi e cronologia – e tornare di nuovo al discorso sul dissesto, sulle sue premesse e sulla sua gestione. Su come, tanto per esaminare adesso solo questo aspetto, venissero assegnati incarichi di progettazione allegramente, a cazzo di cane, anche se non c'era ormai più una lira, anche se i lavori non si sarebbero poi fatti. E queste parcelle, a differenza di tanti altri debiti incredibili e gravosi, non sfuggirono all'inserimento nella massa passiva. In altre parole, quelle carte non furono soltanto - irresponsabilmente - dimenticate o trascurate. Furono guardate con i soliti occhi, e con la solita logica: le necessità e le urgenze delle tre caste! L'analisi di un pezzo di storia andreolese drammaticamente concreto e reale come il dissesto, nel suo essere stato il momento cruciale del passaggio da una comunità arretrata ma ancora fornita di discrete possibilità, a una comunità in progressivo e inarrestabile declino, e nel suo essere quindi una calamità per il popolo (che vota) e un colpo di fortuna per i furbetti del paesino (che si fanno votare), è potenzialmente ricchissima di informazioni utili per capire tante altre cose della nostra situazione attuale. Non deve essere perciò casuale la cecità selettiva dei liberi docenti di storia andreolese, e la loro insistenza su frivolezze ripetitive e vuote. Peraltro noi questo discorso lo abbiamo ripreso varie volte (l'ultima volta sul blog di Emanuele Codispoti) e, certamente, non mancheranno altre occasioni in futuro: è in queste cose infatti – non nelle filastrocche circolari dei riti e dei miti fondativi del niente – che la ripetizione giova.

Ma torniamo ai Pignari. Se quel lavoro fu eseguito bene o male, se permangono zone d'ombra o lati oscuri nella sua esecuzione, se fu completato o se dopo 9 anni non si è ancora riusciti ad eliminare nemmeno i pali doppi della luce, così come per sapere se è vera o no quella storia del diserbante, o per l'esibizione di qualsiasi documento che attesti che è stato richiesto un consulto a uno o più esperti, o esperito un qualsiasi estremo tentativo al capezzale del moribondo, non dovrebbe essere disagevole rivolgersi all'attuale sindaco, che governa da nove anni e che era uno dei tecnici incaricati per il lavoro ai “pignari”. Per il resto, idee, proposte, proteste, solleciti o denunce si fanno, con serietà, con sacrosanta ma non ecumenica indignazione, e senza false preoccupazioni o ambiguità.

Come si spiega allora questa svista di Armando? Si spiega, e si capisce, a mio avviso, solo se si è disposti a prendere atto di un fenomeno da tempo sotto gli occhi di tutti in questo paese. La pretesa di scriverne o di riscriverne la storia secondo linee precise, funzionali alle esigenze e ai desideri di determinate caste, gruppi e famiglie. Un gioco abbastanza deprimente e volgare, condotto sulla scacchiera di una memoria addomesticata, con caselle bianche di episodi edificanti da enfatizzare e caselle nere di episodi oscuri da insinuare, essendo rigorosamente, ed esclusivamente, a carico degli eroi nominati i primi, e dei reietti designati i secondi. Questo orientamento costante e strisciante, persino troppo sfacciato, sarebbe manifesto e palese per tutti (basta dare uno sguardo alla toponomastica, o alle targhe, alle beatificazioni civili e religiose, agli autoproclamati sommi sacerdoti che le organizzano e le attestano con il proprio imprimatur quali fatti fondanti, ai luoghi comuni che si impongono come feticci), se gli andreolesi avessero ancora un briciolo di capacità di vedere. Viceversa alla generale miopia, e a tanto ottenebramento, assieme alla religione del servilismo, dell'opportunismo, e della paura, Elpis contribuisce largamente, fosse pure in ottima fede, con il suo essere divulgazione che non solo non disturba i maggiorenti del paese, ma, al contrario, li aiuta a divertire, commuovere e distrarre il popolo, condizione resa sempre più evidente dalla sua stessa esistenza non ostacolata in un paese altrimenti “blindato” (taci! Il nemico ti ascolta). Va da sé che scrivere la “storia” in questo modo, in linea con gli interessi-desideri di una casta, non solo produce una storia falsa, ma soprattutto favorisce, come effetto collaterale, una sorta di rapimento mistico per un passato fine a se stesso, da non convertire mai in conoscenza, da contemplare liberi dal peso di doverlo interrogare per eliminare oscurità, fantasmi, e servitù che ancora abbiamo sulle spalle. In altre parole: un passato che non serve a nessuno, se non a coloro che non avendo mai avuto il problema di sentir suonare mezzogiorno, possono dedicarsi alla propria apoteosi e ai propri giochi di ruolo e di potere, gratificanti e vantaggiosi. Con il preciso interesse che tutto si conservi così come sembra essere sempre stato. Fino alla fine, ormai vicina.
Così si spiega anche l'insistenza e l'enfasi sul dialetto, “lingua chiusa, povera e insicura” - come spiegano da sempre fior di studiosi e di recente quelli dell'Università di Milano cui appartiene questo corsivo - “che si vieta di oltrepassare i confini del luogo comune perché nella ricchezza e nella complessità del mondo teme di snaturarsi e morire...adatta all'iterazione di ogni filastrocca che voglia essere rumorosa quanto le è necessario per nascondere la propria insignificanza, la propria acquietante e servile semplificazione del mondo...”

Usando le stesse tracce logiche non è difficile comprendere perché un'argomentazione del tenore di questa mia viene immediatamente considerata “politica”, mentre non si vuole capire che accarezzare la nostra triste realtà solo nel senso del pelo, e dire solo ciò che può essere tollerato e non ciò che deve essere detto, è politica tout court, anche se politica deteriore e rovesciata, rovesciata come tutte le istanze dello spirito in questo paese.

Ma torniamo a noi, e all'articolo in questione: scrivere “gli amministratori”, fissare la cronologia con un generico “nell’ultimo trentennio”, significa non volersi assumere la responsabilità di dire un bel niente. Rispetto alla politica, il volgo ha certo bisogno di credere che “tutti sono uguali” per poter rimanere tranquillo nella sua colpevole inerzia, per poter continuare a credere che sia inevitabile che le solite eminenze grigie confezionino a tavolino il (loro) futuro. Ma gli amministratori hanno un volto, per ogni periodo, un nome e un cognome, un bilancio personale da presentare. Ogni attività umana, e ogni umana relazione, persino a Sant’Andrea, si basa sulla responsabilità, che è individuale come un carico penale. Ognuno si assume le proprie, quando parla, quando scrive, quando agisce, come persona, come singolo, come amministratore, come cittadino, come coniuge, come lavoratore, come genitore, ecc. Ogni deresponsabilizzazione è una truffa, verso se stessi e verso gli altri. Non è il destino, non è Dio, non sono le consuetudini e le abitudini che scrivono la storia, piccola e grande. Le generalizzazioni, accompagnate dalle filastrocche, servono alle sottoculture assolutorie. Quando non si può individuare il comodo capro espiatorio, allora bisogna pareggiare la partita: tutti diventano responsabili, perché nessuno sia responsabile.

Ma c'è di più: l'infelice espressione “in tutt'altre faccende affaccendate”, con leggerezza riferita alle amministrazioni dell'ultimo trentennio, è semplicemente ingiuriosa nei confronti di tutti quelli che hanno impegnato gratuitamente parte della propria vita, tra mille ostacoli, per cercare di dare un'occasione a questo paese, che si ritrovano allegramente accomunati e associati a chi, ormai da più generazioni, si tramanda posizioni di privilegio e di tornaconto. Possiamo fare una banca dati - se Armando ha voglia di fare un po' di storia locale seria - senza trucchi, con i nomi e i cognomi dell'ultimo trentennio e oltre, e verificare, nome per nome, in quale “faccenda” ciascuno è stato affaccendato: chi ha provocato i disastri finanziari e chi li ha ricuciti; chi ha fronteggiato ogni difficoltà e chi è scappato un attimo prima del diluvio; chi ha fatto politica dopo il lavoro e chi di politica ha sempre vissuto; chi si è battuto per ciò che era giusto, contro ogni convenienza e interesse forte, e chi si è riempito la bocca (e il proprio conto in banca) con i frasari della politica politicante; chi ha speso la propria esistenza per gli altri e chi ha edificato il proprio mausoleo; chi ha cercato di lavorare per la gente e chi alla gente lo ha sempre messo in quel posto, indipendentemente da quanto la gente può aver compreso di tutto questo. Magari cominciando col pubblicare su Elpis, in luogo dei resoconti del rimpianto tardivo e della memoria struggente, quelle lettere e quei documenti che raccontano, su alcune faccende particolari, l'altra parte della storia, quella da occultare. Documenti che Armando possiede da tempo, ma che tiene ben nascosti, senza scrupolo che non ”resti memoria negli annali della storia di Sant'Andrea” come viceversa scrive (ultimo capoverso) quando sta facendo storia per finta, e senza aver mai spiegato chi gli ha concesso il privilegio di stabilire quello che la gente normale deve o non deve sapere.

Mentre, avvicinando lo sguardo, potrei suggerire ad Armando (oltre a un prossimo articolo che potrebbe riguardare, invece di un solo pino, le migliaia di ulivi secolari di Taverna e Unusa, sempre perché ”resti memoria” ecc. ecc...) anche un argomento su cui insistere in chiave di prevenzione, per evitargli l'imbarazzo di dover pontificare qualora fosse troppo tardi: l'allora minoranza di Civitas, dopo il crollo di una scuola elementare e la morte di 21 bambini in Molise, aveva invitato il sindaco a dare incarico per il monitoraggio delle scuole. Centinaia di comuni si erano attivati in tempo utile per ottenere a riguardo i contributi disponibili ai sensi della Legge 289/02. La richiesta di Civitas fatta a voce in un Consiglio comunale, per iscritto nel 2002, e ribadita con un ulteriore interrogazione dopo due anni, ottenne dal sindaco le sue solite quattro risate, e nessuna risposta sui contributi, che, evidentemente, non si è ricordato di chiedere. Questa storia è raccontata nel dettaglio in Parrasuni del 30 ottobre 2004, p. 7. Ebbene, dopo altri cinque anni, dopo il terremoto dell'Abruzzo, a Sant’Andrea si scopre che è pericolante il tetto della ex scuola materna (oggi scuola media) che fino a pochi giorni fa era regolarmente frequentata, anche se risultano spesi da poco, proprio su quel tetto, almeno quei duecento milioni (perso il resto) ereditati dall'amministrazione precedente. Ma c'è di più: nella vecchia scuola media, ormai ridotta ad ammasso di lamiere arrugginite e vetri rotti, abbandonata come scuola perché inagibile, i ragazzi hanno accesso e giocano tutti i giorni; i fondi dell'alluvione sono stati in gran parte utilizzati per collocare arredo urbano (scale, rivestimenti, stradelle, recinzioni, aiuole, piazzette, pavimentazioni, lampioni) secondo un criterio di cui avrà beneficiato qualche privato, ma non la messa in sicurezza dell'intero paese; non esiste una vera, qualificata struttura, nè un Piano comunale (credo obbligatorio) di protezione civile, a dispetto di ogni parata e inaugurazione di sede. E se qualcuno, nel nostro territorio ad altissimo rischio – il vostro Dio non voglia - si facesse male per una di queste cose? Diremmo tutti che lo sapevamo, che “era evidente”? La responsabilità sarebbe degli amministratori “dell'ultimo trentennio”?

La verità è che dopo il nulla urlante, arrogante, spartitorio, e ricattatorio, dei primi cinque anni di Primavera Andreolese, le occasioni perse, il tessuto sociale mortificato, le scuole che chiudono, nel silenzio, una dopo l'altra (dalla materna al professionale), venne diffusa ad arte, tra il volgo osservante e obbediente, la favoletta della “ripresa”, del “ritorno” a uno slancio che non c'era mai stato. E scadranno, il prossimo anno, altri cinque anni di nulla urlante, arrogante, spartitorio, e ricattatorio. Con l'aggravante, rispetto al primo quinquennio, che non c'è nessuna opposizione disposta almeno ad aprire gli occhi, a raccontare. Tra i disastri di questi cinque anni c'è la morte del pino. Per overdose di diserbante, per negligenza e dappocaggine amministrativa, oppure per semplice non aver voluto tentare quello che si tenta con ogni malato: la consultazione di un esperto, che sarebbe costato la metà di una delle tante feste della Congrega del Rosario. Qualcuno qua e là lo ha segnalato. Per ristabilire l'ordine dell'informazione di regime ci voleva Elpis, ed Armando, uomo di centro, ex di Civitas, a distribuire le colpe un po' a tutti e quindi a nessuno. E invece la morte del pino rimane una delle tante (e nemmeno la più grave) responsabilità esclusiva di Primavera Andreolese, e dei suoi impuniti colonnelli. La storia, con Elpis o senza, è questa.

Sant'Andrea non è allo sbando perché è crollato, questa volta, un albero. Sant'Andrea è morto - è diventato un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, sovraffollato di storie assurde che basta ripetere sempre uguali e abbastanza a lungo perché tutti si convincano che sono vere e giuste - perché è morta da tempo la capacità di vedere le cose e giudicarle secondo la logica evangelica del sì quando è sì, e del no quando è no. Nessun pifferaio magico, nessun falso profeta, nessuna festa e nessuna ciaramella, nessuna rievocazione consolatoria, nessuna miseria narrativa odorosa di potere, può salvarlo, tra un funerale e l'altro. Tutte queste cose, al contrario, certificano e aggravano la fase terminale di una malattia senza rimedio. I più nemmeno si rendono conto della situazione, o la vivono come normale. Alcuni vengono solo per una decina di giorni, a fare un bagno, se trovano ancora un pezzo di spiaggia libera e se il depuratore lo permette, e quindi non possono capire. Altri, stanziali, si preoccupano dei favori clientelari che possono ricevere. I rimanenti se ne vanno, pur di allontanarsi da un ambiente in cui non sono possibili che atti di fedeltà credula e servile.

Sartre denunciava, più di mezzo secolo fa, le culture irrigidite e pietrificate, nelle quali emerge la pretesa di adeguare a priori la realtà a uno schema dottrinale, la violenza sulla verità e sull'esperienza concreta, il servilismo che trascura i particolari imbarazzanti e semplifica grossolanamente i dati. Chiamava tutto questo “stalinismo” e “catechismo”. A Sant'Andrea siamo fermi lì, agli anni 50, allo stalinismo e al catechismo, meglio ancora se alleati. Certo, nella loro versione caricaturale, di paese. Ma ha comunque un sapore sottilmente beffardo, amarognolo, considerare che “Elpis” (meglio: Elpìs) in greco significa “speranza”. Chi vive sperando – afferma il protagonista di “Mediterraneo”, capolavoro premio Oscar di Salvatores – muore cacando.




mercoledì 31 dicembre 2008

Cessate d'uccidere i morti...


"Cessate d'uccidere i morti..."
Se volessimo contestualizzare, cercare di capire cosa può significare, ormai, a Sant'Andrea, questo sconfinato verso di Ungaretti, avremmo bisogno di moltissimo tempo, e forza, e poi centinaia di pagine, e coraggio della verità. Ma sono ricerche (e crucci) che qualcuno, prima o poi, inseguirà dentro di sé. 

Così scriveva invece, ad agosto 2001, nella prefazione a "Faballino" di Varano e Vitale, il vicesindaco Stillo:

"[...] L'Amministrazione comunale ha deciso di farsi carico di tale problema [...] con la speranza di potere reperire, in un prossimo futuro, adeguate risorse finanziarie per recuperare i resti dei nostri antenati e dare loro una giusta sepoltura..."

Sono seguiti diversi solleciti, a quella promessa del 2001. Se li ricorderà chi li ha inoltrati. Già un anno dopo, su internet ("...la sostanziale condivisione dimostrata dall'amministrazione comunale... non può essere disgiunta da una coerente e concreta azione […] gradiremmo conoscere l'orientamento... tenendo presente che l'operazione riveste una particolare urgenza…), e poi nel 2008, sette anni dopo, per esempio sul blog Spiaggiadisantandrea.

Oggi, nove anni dopo, suggerirei, con inevitabile (e consapevole) ghigno triste, una possibilità che richiede un quarto d'ora, assolutamente a costo zero (ma con possibilità di speculazione, cioè di guadagno "politico", altrettanto prossima allo zero): dare giusta sistemazione ai resti sotto fotografati, che così "riposano" nella Chiesa di Campo:


Questi, del resto, chissà da dove cazzo venivano...non hanno nemmeno cognome e soprannome. Probabilmente non sono andreolesi doc.

Ma da Ungaretti eravamo partiti, e con Ungaretti concludiamo: l'erba è lieta, sicuramente, dove non passano certi uomini...

giovedì 16 ottobre 2008

Un utile..."ripasso"


Tra i 63 commenti a un articolo pubblicato il 6 ottobre 2008 sul celebre blog di Emanuele Codispoti (uno dei pochi strumenti di libera informazione, in questi anni di nicodemismo volgare) spiccava quello di Mario Monteverdi, di questo tenore:

[…] vorrei tornare su quanto scrive l'amico Luca, che, va detto per i lettori meno attenti, è presidente di Civitas mentre io sono iscritto a Rifondazione...
Io in parte ammiro e in parte diffido della capacità di Luca di avere certezze sul periodo che va dal commissariamento (1992) all'insediamento della giunta di Ciccio Cosentino (1995), passando per la breve giunta Stefanucci. Periodo in cui io ero poco interessato alla politica locale e cosi come credo anche Luca che nel 1992 se non erro aveva 14 anni di età e ovviamente 17 nel 1995. Evidentemente le sue convinzioni nascono da un attenta rilettura delle carte avvenuta, credo vada detto, nell'ambito di una sola parte politica.
Io, invece, che ho avuto la (s)fortuna di sentire sia la campana di sinistra, sia quella dell'amico Pasquale Cosentino (ex presidente di Civitas), di certezze sulla politica locale degli anni 90 non ne ho e infatti mi riferisco a quel periodo usando termini quali "mi pare che" o similari. Niente "verità storiche" per quanto mi riguarda e rileggendo quanto scrive Luca resto coi miei dubbi e mi (vi) pongo alcune domande:
Luca scrive: "un momento di estrema difficoltà economica dovuta all' incapacità amministrativa certificata dal commissariamento di coloro che in precedenza erano stati al governo... del comune"
Ebbene, il commissariamento del comune nel 92 non è avvenuto per incapacità degli amministratori ma per infiltrazioni mafiose che poi si rivelarono una bufala e tutti furono prosciolti.
Non mi pare che i comuni possano essere commissariati se c'è una incapacità amministrativa, semmai, ove fosse, tocca ai cittadini giudicare gli amministratori e la loro parte politica non rieleggendoli, o sbaglio?
Ma dando per buona l'idea di Luca che gli amministratori e la loro parte politica (DS o all'epoca PDS ex PCI) fossero incapaci e portarono il paese alle difficoltà dell'epoca (disastro direbbe Luca), mentre invece l'amministrazione di Ciccio Cosentino l'avrebbe risanato, allora mi (vi) pongo altre domande:
Quando si insediò la giunta Cosentino (giugno 1995) quanti soldi c'erano nelle casse comunali? a sentire i fan di quella giunta non c'era un soldo anzi eravamo sotto, invece secondo altri i soldi c'erano e bisognava programmare come spenderli. Qualcuno, carta alla mano, mi sa dire come si chiuse il consuntivo 1995?
E poi, aldilà della domanda tecnica precedente ne pongo altre più politiche:
La candidatura di Ciccio Cosentino non nacque dall'accordo degli ex Dc proprio con quei DS che avevano (secondo Luca) portato il paese al disastro?
Il principale partito che sosteneva la giunta di Ciccio Cosentino non erano proprio quei DS?
Come mai il sindaco (Ds) che fu commissariato nel 92 entrò nella lista di Ciccio Cosentino nel 95 e ricoprì il ruolo di Vice Sindaco fino al 2000? Non era uno dei responsabili del disastro secondo Luca?
Un assessore dei più importanti (al bilancio mi pare) della giunta di Ciccio Cosentino, all'epoca non era esponente di spicco proprio di quei DS responsabile del disastro sempre secondo Luca?
Come mai, secondo voi, i DS prima del 95 erano mangiatori di bambini, mentre quando sostenevano Ciccio Cosentino ci si andava a mangiare insieme in "caseddhe" e "catoi", e poi quando hanno rotto con Ciccio Cosentino sono tornati ad essere mangiatori di bambini?
Sinceramente le risposte non le so e credo sfuggano anche a Luca come a chiunque quelle cose non le abbia vissute di persona, posso supporre che alla sfera politica si sia sovrapposta quella personale dei rancori in entrambe le parti, e quando entra in ballo la questione personale si perde del tutto l'obiettività già scarsa tra chi fa politica.
In ogni caso le domande di cui sopra me (ve) le pongo comunque e per tornare a Luca che indica la luna e io vedo solo il dito, rispondo che quando un tale, fosse anche un amico come Luca oppure un compagno di partito, mi indica la luna in questioni di politica (o anche di soldi:)), io non guardo ne la luna ne il dito e addirittura neanche il tale il cui dito indica (o dice di indicare) la luna, bensì mi chiedo per quale scopo e che interessi abbia quel tale che mi sta indicando la luna...
(Mario Monteverdi, 15 Ottobre 2008)
Questa che segue è la mia lunga risposta, pubblicata il giorno seguente:


Carissimo Mario,

rieccoci qui a perdere tempo per ripetere cose che tu – te lo dico, come sai, senza nessuna acredine – farai finta, come sempre, di non sentire e di non capire, per ritornare da domani a ripetere una filastrocca che è sempre quella “ufficiale”, quella “vincente”, quella che furia di essere ripetuta, e ad ogni buon conto, stalinianamente finirà anche per essere creduta. Quella che anche a te, che giustamente ti presenti come uomo del dubbio ma trasudi convincimenti mai documentati, hanno consegnato. Negli anni 90 sei stato fuori e non ti sei interessato, ma, oggi, se anche ti mostrassimo tutti i documenti del mondo, più evidenti ed eloquenti di qualsiasi velleità di interpretazione, torneresti sempre, come si dice da queste parti, “a coppe”. E’ una necessità, non tua, ma del sistema. “O’ sistema”, direbbe Saviano, che nel 1992 se non erro aveva 13 anni di età eppure si concede il lusso di una libera (e liberante) analisi di certi meccanismi.

Lo dico per esperienza di tante conversazioni passate, ma lo deduco anche da come parli della “verità storica” e delle “carte”, le quali, a mio avviso, non possono aumentare o diminuire il loro coefficiente probatorio a seconda di dove sono lette. O sono apocrife, o hanno natura di prova documentale. Poi ognuno si documenta, se lo ritiene importante, o se fiuta il pericolo della disinformazione, dove, quando e come meglio crede, ma è perfettamente inutile che, se una carta “canta”, il villan dorma, o faccia finta di dormire, o si impermalisca per la canzone.

Il fatto che poi tu definisca “di sinistra” la “campana” alternativa a quella di Civitas è già indizio di un approccio dogmatico e ostinato, perché sai benissimo che Civitas ha raccolto al suo interno (e ci sarà un perché politico) persone di diversissimo orientamento, mentre i valori della sinistra (il disinteresse? La giustizia? Il coraggio della verità?) sono tutti da dimostrare se riferiti a tanti pretoriani dell’attuale maggioranza. Anzi, credo, se non ti dispiace, che il problema sia esattamente questo: il non voler accettare, da parte di persone come te, il fatto che essere di sinistra non può significare, solo perché si risiede a sant’Andrea, dover necessariamente prendere per buone le continue prese per il culo che questa caricatura di dirigenza sinistroide paesana di volta in volta impone o propone, in nome di un’etichetta “post-it”. E io, che non accetto di dover ricevere la patente di sinistra da gente che può guadagnare con poltrone politiche, istituzionali o di partito, 10/15 mila euro al mese, ci metto venti secondi a farti un elenco di “compagni” ex fascisti, ex postfascisti, ex berlusconiani ed ex predicatori anticomunisti. E te lo faccio, naturalmente, con nomi, cognomi, e riferimenti precisi, perché si tratta di cambiamenti persino leciti, ma di interesse collettivo, e la questione non è personale ma pubblica, almeno nella misura in cui si tratta di decidere quanto e cosa il volgo e i militanti devono scambiare per oro colato.

A ciò si collega il discorso su Frustagli e su Pietro Aloisio, ripetuto ancora, come una litania, quando mille volte abbiamo dimostrato che è argomentazione di nessun valore, non fosse altro perché è facilmente ribaltabile: da un altro punto di vista sono entrambi valorosi compagni “doc”, se e fin quando rispondono “signorsì”. Analogamente, e per la stessa logica, per un giudizio sul PCI-PDS-DS (sul nome futuro aspettiamo…chiarimenti), e su come questo giudizio è cambiato e “cangiante”, tu, “iscritto a Rifondazione” non hai che da rileggerti le vecchie annate del “Foglio di militanza comunista”. Io stesso posso inoltre, se vuoi, accompagnarti da diversi notabili di oggi e di ieri, per vedere se ritrattano le irripetibili sentenze dell’altroieri. Estremamente interessante potrebbe essere, poi, un’analisi più approfondita di quella che tu definisci “la rottura” con Ciccio Cosentino, per verificare quanto essa abbia a che fare con la riduzione, in quegli anni, delle “prerogative” di quelle che secondo me sono le tre “caste” (preti, politicanti e ingegneri) che hanno le mani su questo paese. Partendo magari dalla constatazione che, nell’ultimo quarto di secolo, tutti i sindaci DS (dico così per brevità), o sostenuti dai DS, o diventati velocemente DS, sono, ad eccezione proprio della breve parentesi Frustagli e Cosentino, tutti ingegneri civili.

Ma torniamo al punto. “Il commissariamento del comune nel 92 – tu scrivi – non è avvenuto per incapacità degli amministratori ma per infiltrazioni mafiose che poi si rivelarono una bufala e tutti furono prosciolti…” (e risarciti, aggiungo io). Senz’altro. Di fatto seguì però un dissesto finanziario (che significa “disastro” e non “difficoltà”), e che è la massima espressione del fallimento di un’amministrazione, dichiarato con Delibera di C.C. n. 42 del luglio 1991. Ancora altre motivazioni (tutte interessanti da indagare) avevano comunque avuto la caduta del Consiglio quando Samà passò la mano a Frustagli, e poi l’altro commissariamento seguito alla fuga della giunta Stefanucci, la cui compagine tenne per 18 mesi il paese in una situazione di inerzia e di stallo molto simile a quella attuale (la differenza è che il tuo partito allora prese alcune posizioni pubblicamente, mentre oggi le vere lettere di sfiducia vengono democraticamente inviate per posta più che riservata, affinché il volgo profano non abbia a sconfortarsi). La giunta Cosentino si insediò a dicembre, e non a “giugno” del 1995, e se soldi c’erano in cassa (in attesa che dalle tue parti si faccia chiarezza su come si deve giudicare un avanzo di amministrazione), questi emersero semmai dopo un anno, dal consuntivo del 96. Quanti fossero questi soldi abbandonati all’attivo, esaminati in doppia colonna per esempio con annate intere di acqua da pagare alla Regione, con i contributi non versati a quel personale oggi così ossequioso, con le mille spese legali da sostenere, e con una miriade di altri debiti piccoli e grandi semplicemente fino ad allora ignorati, è cosa che non dovrebbe essere difficile determinare con esattezza. Ma su questo torneremo. Voglio darti altri dati sul dissesto: debito complessivo £ 2.504.000.000; mutuo per il comune: £ 2.885.248.614; quota di bilancio ceduta: £ 454.450.220; ulteriori spese legali £ 100.000.000 (tra cui quelle per il rimborso delle spese sostenute dai consiglieri dello scioglimento per la loro difesa in giudizio); chiusura del dissesto: novembre 1999.


Ma c’è anche altro da considerare, come l’incredibile e colpevole non inserimento di tutta una serie di debiti precedenti nella delibera 42/91, e soprattutto le allucinanti storie dell’area Jannoni e dell’area 167, che ebbero per protagonista principale – assieme al Sindaco Samà – l’allora ministro delle finanze paesane Pino Commodari (che non ha mai avuto problemi di esser giudicato – come dici tu – dagli elettori, perché se non lo eleggono ha dimostrato di sapersi eleggere da solo), responsabile di aver lasciato dormire le carte nei suoi cassetti tutto il tempo necessario a far scadere i termini e perdere l’occasione di chiudere la pendenza a totale carico dello stato. Un danno da poco, a occhio e croce di un miliardo e 300 milioni delle vecchie lire. Che furono pagate, assieme a tante altre, da chi secondo noi non “avrebbe”, ma “ha” risanato questo paese. Questa storia (da noi di Civitas già illustrata con riproduzione dei documenti originali in Parrasuni 24.01.03 pagg.6 e seguenti) io te la ripeto sempre volentieri, e facendo, come al solito, nomi e cognomi, trattandosi di questioni di pubblico interesse, delle nostre tasche, del nostro futuro, e della nostra intelligenza. La storiella dei “rancori”, delle “questioni personali”, delle “strumentalizzazioni”, tirata pateticamente in ballo ogniqualvolta si rompe il silenzio d’ordinanza, non attacca. Perché, come ti ho spiegato mille volte, un conto è non colpire la sfera privata di nessuno, un altro conto è accettare che quattro feudatari con accozzaglia di seguaci obbedienti e organizzati (quasi mai in buona fede) pretendano di dettare e di scrivere – come stanno da sempre tentando di fare – la storia di questo paese. Fortuna che dalle nostre parti la mafia (non la mafiosità, non la mentalità mafiosa) sia una “bufala”. Diversamente, se volessimo contrastarla, ci accuserebbero di avere una questione personale con i boss.

A tutto questo il gruppo di Civitas continuerà a dire di no. E lo faremo, come tutti sanno, con i nostri tempi e i nostri modi. Altri “scopi” o “interessi” ci sembrano difficili da individuare anche perché non stiamo ricoprendo (cosa che ci avete anche rinfacciato) cariche pubbliche. Se avessimo buoni scopi, del resto, sarebbe inutile e sciocco ostinarsi a rimanere in partibus infidelium. Sugli scopi e sugli interessi di tanti altri, invece, credo che tu abbia ancora parecchie coraggiose domande da farti.

Ma voglio lasciarti con una proposta. Andiamo io e te al Comune e chiediamo le due delibere e ogni altra carta che riguarda il dissesto, le copie di tutti i bilanci, le determine di spesa, le delibere e ogni altro documento utile di questi anni. Chiudiamoci in una stanza e studiamo il chi, il quando, il come, il perché, del dissesto. Chiediamo la consulenza di un esperto. Poi rendiamo pubbliche le conclusioni. E se qualcosa rimane ancora oscuro, se resiste qualche rata incomprensibile, per esempio, o qualche determina strana, se rimane il dubbio di qualche responsabilità individuale non sufficientemente accertata, magari per un eccesso, come direbbe Totò, di “democrazia cristiana”, andiamo insieme alla magistratura contabile e a quella ordinaria, a chiedere di fare luce. Io non ho paura di quelle stanze, ho già tre procedimenti penali in corso, e, per il momento, me li pago da solo.

Al di fuori di questa possibilità, Mario, restano le chiacchiere. Inutili, nella migliore delle ipotesi.

Per tutto il resto, io, in un paese con concreti e reali problemi di lavoro e di futuro, non credo nel volontariato. Non credo nelle onlus, non credo nelle pro loco, non credo nelle associazioni, con o senza tuta, non credo nei cori, non credo nei circoli, non credo nelle parrocchie, nei concerti, nei buoni sentimenti, nelle feste, e nelle tradizioni. Non credo, in generale, nelle manifestazioni e nelle parate. Non ci credevo nel 1999, quando per ordini superiori nessuno era disposto a far niente, meno che mai ci credo adesso. Più in generale, al di là della vostra giornata ecologica, non credo che l’elemento volontaristico abbia a che fare con la solidarietà. Non credo in tutte quelle iniziative che restituiscono un tornaconto psicologico, e qualche volta anche monetario. Non credo che distribuendo risorse e contributi un’amministrazione debba rifarsi il trucco ed acquistare clientes. Pretendo di essere amministrato in una cornice di diritto, con efficienza, equità e giustizia. Non mi piace quando si viene arruolati per fare la supplenza a istituzioni locali che boccheggiano, sorde, cieche e inefficienti, e non mi piace il bigottismo con cui si rampogna chi non vuole arruolarsi. Sono capace di accorgermi che questo viene fatto soprattutto in determinati momenti, e secondo modalità non condivise. Convintissimo di questa scelta non faccio calcoli, e non mi piace nominare il nome di Dio, e quello della cultura, invano.

Ma il tema principale era l’ecologia. E il boccone più indigesto del mio precedente intervento era l’uliveto, le migliaia di ulivi secolari distrutti, a Taverna e Unusa. Con prossima lottizzazione in arrivo. Però su questo tutti hanno glissato. Secondo una consegna, di tombale silenzio, che è la stessa per cui uno dei Pignari, temendo di essere “strumentalizzato”, ha deciso di suicidarsi.
Cordialmente,
Pasquale Cosentino

domenica 31 agosto 2008

Il vicesindaco cambia macchina, non abitudini

 
Siamo ad agosto. Piazza Castello è deserta. Nemmeno nelle prime ore del mattino è permesso parcheggiare. Il proprietario delle due autovetture immortalate (in anni diversi) nelle foto gode evidentemente di una dispensa speciale. Non espone permessi sul parabrezza: da queste parti certe sottigliezze sono inutili, nè avrebbe comunque senso che li avesse: infatti è un medico, ma non sta operando un pronto soccorso o intervenendo in un'emergenza. Ha semplicemente aperto il suo studio, cioè si è recato a lavoro, come tutti gli altri comuni mortali che hanno a che fare con questa piazza. Inoltre, se possono arrivare fin qui a piedi i suoi (spesso anziani) pazienti, di sicuro, più agevolmente, può farlo anche lui.
Quale ragione può esserci, allora, nel non voler fare, nelle dolci mattinate agostane, due passi in tranquillità, e nel voler ostentare tanta sgradevole deroga, considerato che in tutti i paesi civili, i primi a rispettare le regole sono proprio coloro che le scrivono? 
A mio parere, questa scena che si ripete, finisce per essere un fortissimo segnale, simbolico, politico. Tutti la vedono, la considerano ormai normale, e tutti capiscono quello che devono capire: che la legge non è esattamente uguale per tutti. Che alcuni la scrivono e altri la osservano. Che a volte si applica e altre si interpreta. Che - come diceva Onofrio del Grillo - io sò Marchese, e voi non siete un cazzo!


martedì 1 aprile 2008

Barzellette...interpoderali



Programma Opere Pubbliche 2002-2004:




Programma Opere Pubbliche 2007-2009:
  


"Pastiticò", "Maddalena-Campo", "Malarra-Tralò"...questa non è semplice dappocaggine e inattività amministrativa. Questa è incapacità assoluta di qualsiasi programmazione, è mancanza persino della voglia di inventarsi almeno qualcosa di nuovo da scrivere ogni tanto sulle carte. Siamo ben oltre la strafottenza e il malgoverno: siamo alla barzelletta, la stessa barzelletta raccontata per dieci anni.
Solo che non ride più nessuno.

venerdì 21 marzo 2008

Bagdad e dintorni...


Il 14 marzo 2008 comparve sul blog http:/miku63.spaces.live.com un intervento anonimo che prendeva di mira, tra gli altri, anche il vicesindaco di Sant’Andrea Pino Stillo. L’intervento, pur non risultando firmato con nome e cognome, riportava una sorta di traccia elettronica (http://cid-93d7b155f8c115be.spaces.live.com/) che rendeva possibile una sicura attribuzione.

Nonostante ciò il vicesindaco, dopo aver risposto con il primo intervento sotto riportato, e mostrato di conoscere il nome del responsabile della missiva, scelse più tardi, su un altro blog (http://spiaggiadisantandrea.spaces.live.com), di indicare quale vero autore il sottoscritto. Inequivocabilmente, anche se ingegnandosi in una specie di gioco linguistico che utilizzava, accanto al mio nome di persona virgolettato, anche (circostanza ancora più pericolosa e grave) il nome della mia attività lavorativa, il “Bagdad Café”, più volte oggetto di iniziative persecutorie, pressioni e atti intimidatori tutti regolarmente denunciati. Il riferimento era così chiaro che tutti capirono quello che dovevano capire.

Questi sono i testi originali, con la discussione che ne scaturì:

1. Pino Stillo, 14 marzo 20.40
Caro sconosciuto(nessun nome), non tanto visto quello che scrivi!!!,
il sottoscritto è abituato a parlare a tu per tu con tutti ed ad esternare le proprie opinioni senza nascondersi dietro l'anonimato come fai tu e "dalla parte del torto". Quello che è il mio pensiero in merito alla Pro loco, quella che tu e il tuo amico "dalla parte del torto" con grande coraggio chiamate "Circolo del pensateci un pò voi", lo ho espresso apertamente nelle sedi opportune senza personalismi.
L'astio che emerge nei miei confronti non ha modo d'essere e non capisco per quale motivo è saltato fuori questo rigurgito di veleno verso il sottoscritto( guarda caso alla vigilia di un appuntamento elettorale!!!). Mi dispiace dover dialogare con uno che offende celandosi dietro l'anonimato e che è talmente vigliacco da farlo magari dopo che davanti a me si finge un amico!!!
Quanto al premio Lo Cascio è una manifestazione di cui vado fiero ( visto che ti piace navigare in internet clicca Giorgio Lo Cascio sul motore di ricerca e ne capirai l'importanza, ma siccome tu sei della materia questo lo sai già!!!). Continuate pure a dialogare tra favolieri, ma non trascinate nella polemica chi ha deciso di starne fuori. Chi ha qualcosa da dirmi prenda il coraggio( se non lo ha se lo faccia prestare...) e venga a dirmelo in faccia da uomo o da donna che sia...
Visto che citi il dott. Gelso, sappi che per me è stato un onore collaborare, senza compensi( come ho fatto da medico dell'andreolese e come faccio ora da medico del Soverato), per un film sulla Monachella di San Bruno.
Quanto alla mia esistenza mi disturbano solo le vigliaccate anonime, come la tua, sia nel passato che nel presente, perchè ho una famiglia tranquilla e felice anche se qualcuno cerca sempre di minarla con lettere e denunce anonime.
Non mi aspetto ovviamente la solidarietà di nessuno perchè sono abitauto da sempre a vivere con questi attacchi anonimi da quando ho cercato di dare il mio contributo( magari senza riuscirci) al paese attraverso il mio impegno amministrativo. comunque se hai pazienza di aspettare altri due anni vedrai che non sentirai più parlare di me come amministratore.
Comunque buona pasqua a te ed ai frequentatori anonimi dei vari Blog andreolesi!!!
Uno che si firma con nome e cognome
Dottore Pino Stillo
laureato in Medicina e chirurgia
Specialista in Medicina del Lavoro
Master di II livello In "Valutazione del danno alla persona"
Medico Federazione Sportiva Italiana
Ispettore Medico Antidoping
Vice Sindaco Comune di Sant'Andrea( ancora per DUE ANNI!!!)

2. Emanuele, 15 marzo
...e la musica non cambia!
Poche righe, per esprimere piena solidarietà al vice sindaco Dott. Pino Stillo per l’inutile e quantomeno privo di significato attacco anonimo rivolto alla sua persona.
Purtroppo nel nostro paese c’è ancora chi predilige questi metodi... chi preferisce offendere nascondendosi dietro l’anonimato piuttosto che metterci la faccia e confrontarsi civilmente

3. Pino Stillo, 15 marzo 11.37
Ciao Emanuele,
grazie per la tua solidarietà.
Questo sconosciuto denigratore fin dal 2000, attraverso lettere e denunce anonime cerca di colpirmi negli affetti e nella professione( la sua meschinità lo ha portato, assieme ai suoi “pochi” amici a convincere alcune persone a cambiare il medico di fiducia per motivi politici!!!)
Evidentemente queste sue azioni meschine lo aiutano a consolarsi del suo totale fallimento come uomo e come politico.
Andiamo avanti… il cielo è blù sopra Bagdad, anche se dentro…
Grazie ancora ed auguri per una serena settimana “pasquale”.
Ciao
Pino Stillo


4. Emanuele, 17 marzo 20.37
Caro Pino,
innanzitutto scusa se ti do del "tu". Vorrei solo aggiungere le mie personalissime considerazioni sulla vicenda, con la speranza, se possibile, di fare un po' di chiarezza sull'accaduto.
Da persona pensante quale mi ritengo, ho capito subito a chi fai riferimento nel commento che mi hai lasciato, come avevo capito subito che il commento anonimo sul bolg di Domenico attaccava te. Non è mia intenzione prendere le parti di nessuno, ma permettimi di dire che la persona a cui fai riferimento non ha mai avuto in passato nessun problema ad usare nome e cognome e non vedo perchè avrebbe dovuto farlo ora. Ho trovato molto più azzeccata la tua replica a caldo di venerdì sera. Sai, a volte, la prima impressione è quella che conta.... e non sempre la notte porta consiglio.
Ad ogni modo non dovrebbe essere difficile risalire a chi ha lasciato quel commento, tra l’altro in maniera molto maldestra, visto che compare l'indirizzo di uno spaces!
5. Luca, 18 marzo 14.18
Caro Emanuele, sottoscrivo le tue considerazioni, e mi permetto di aggiungere che secondo me, fare "velate" insinuazioni riguardo la presunta identità dell' autore di un messaggio anonimo, in modo da renderlo inequivocabilmente riconoscibile agli occhi di chiunque, senza ovviamente poterlo provare, e contraddicendosi in modo palese rispetto alle conclusioni cui si era giunti solo la sera prima ( vedi commento del dott Stillo sul blog di Domenico), oltre che frutto di una notturna riflessione poco meditata, mi sembra comunque un modo deprecabile di difendersi " spararando nel mucchio" al solo fine di additare pubblici "presunti amici" nonchè pubblici nemici. Spero sinceramente per il futuro, che vengano meno, i vigliacchi messaggi anonimi....ma anche le subdole ed infondate insinuazioni
6. Pino Stillo, 18 marzo 21.28
Un chiarimento per evitare inutili polemiche:
nei miei commenti relativi all’invettiva anonima nei miei confronti non c’era il riferimento a persone precise come invece, forse, qualcuno avrà pensato. Bagdad( era inteso solo come città) è un luogo di battaglie e di lotte intestine ed il riferimento era perché anche S.Andrea, purtroppo, è un paese di lotte tra persone che la pensano in modo diverso e che invece di confrontarsi civilmente preferiscono pugnalare alle spalle, magari fingendosi pure amici.
Io non so chi sia questo sconosciuto…certamente ho qualche idea, ma la tengo per me e comunque non avevo intenzione di riferirmi, con il mio secondo intervento, a chi avete pensato tu e Luca.
Oltretutto non necessariamente deve trattarsi di un uomo…!
Grazie di nuovo e speriamo che in futuro si possa scrivere di cose serie nell'interesse del paese in cui viviamo.
Pino Stillo

7. Pasquale Cosentino, 21 marzo 14.41
Mi dispiace, ma non ci posso stare. Dapprima il sig. Pino Stillo lancia il sasso verso di me nascondendo vergognosamente la mano, e mi chiama in causa nonostante io, già da qualche tempo, me ne stessi, disgustato dal pollaio politicante paesano, a sonnecchiare come un cane al sole che proverbialmente non è saggio stuzzicare. Subito dopo, messo al corrente di aver fatto l'ennesima figuraccia, pretende di aggiungere al danno la beffa.
Si ostina infatti ad usare un linguaggio (e un atteggiamento) infantile e allusivo, adoperando il grassetto mentre chiosa sull'identità dell'anonimo "che non deve essere necessariamente un uomo". E pretende di cavarsela asserendo che il riferimento - comunque irresponsabile e carognesco - è a Bagdad “come città”, tralasciando di menzionare le virgolette con cui ha vigliaccamente evidenziato il mio nome.
Perciò potremmo e dovremmo, a parer suo, star giocondi, in giorni di confronte e di cuzzupe, e chiudere ancora una volta occhi ed orecchie, lasciando a quelli come lui il gusto di dirigere la commedia a piacimento, stabilendo quando la polemica si può fare e quando invece risulta "inutile", magari in nome di quel surrogato di "pace" e di quella caricatura di "confronto civile" che dalle nostre parti (non mi stanco di ripeterlo) i furbi hanno sempre infine cercato come garanzia di poter fare, nel silenzio dei più, i propri porci comodi.
Mentre il primo vero “interesse del paese” è sapere cos’hanno in testa, e cos’hanno in tasca, coloro che da decenni pretendono di prendersi cura del nostro destino. E mentre ci sono, purtroppo - non posso non rivendicarlo - in un paese sostanzialmente sottomesso, anche quelli come me, che non mi sono mai tirato indietro, e tutte le volte che ho visto che bisognava parlare ho parlato chiaro (anche su cose da sempre considerate tabù, mai affrontate prima, mai ad alta voce), sempre con la mia faccia, sempre senza pseudonimi o trucchi, spesso per iscritto, a futura memoria, col mio nome e cognome. Senza fare calcoli di schifosa convenienza, e senza frenare nemmeno, come vorrebbe una delle tante abitudini malate di questo posto, allorché mi hanno fatto smettere di vendere libri e ho cominciato, per conto mio, a vendere caffé. Al punto che il mio bar, spazio libero, laico, femminista, e pulito, giunto ormai al suo quinto anno di vita, è diventato un villaggio di Asterix, un'ossessione per i baroni ed un potenziale cattivo esempio per chi dei baroni ha ancora, incredibilmente, paura.
Detto questo, tanto per fare ancora una volta la mia parte, rilevo volentieri alcune questioni che meritano di essere approfondite senza passare troppo in fretta in archivio, come vorrebbe forse lo stesso Stillo che incautamente le solleva.
La prima è il nesso tra lavoro e politica, che emerge allorché Stillo pretende di presentare se stesso non come uno che si è servito della politica, ma come uno che l'ha subita, patendo diverse presunte ostilità. Gli domando: si ricorda di quando esplicitava a chi, disoccupato ma non allineato, sentiva di esser trattato secondo criteri non equi, che gli incarichi si danno o non si danno "per motivi politici"? Ricorda l'elenco degli incarichi professionali, pubblicato, per mia volontà e sotto la mia responsabilità, sul giornalino di Civitas il 27.08.2002 a pag. 12? E Bagdad è solo una città oppure in questo paese è prima di tutto un posto di lavoro? Chi ha insegnato, e con quali metodi, e a quale scopo, alla maggior parte degli andreolesi, che con i maggiorenti, o con quelli che si credono tali, bisogna essere avveduti e accondiscendenti, perché tra il tacere e il parlare, tra l'adeguarsi e il dissentire, tra il collaborare e il contrariare passa la linea che separa l'essere favoriti dall'essere ostacolati e boicottati?
La seconda questione, riguarda, più in particolare, il rapporto tra la sua professione di medico e l’attività politica, che è anche questione di interesse pubblico, e che lui stesso dovrebbe avere, a questo punto, il coraggio di illustrare per intero, dalle origini, quando già visitava a Sant'Andrea essendo titolare altrove, fino ai giorni nostri, passando per l'indisponibilità a intervenire, come vicesindaco, per risolvere, con l'affitto dell'ambulatorio (che sempre era stato affittato ed oggi ancora è affittato), un problema non tanto dell'altro medico di base (suo fratello secondo il giuramento di Ippocrate) quanto dei suoi pazienti più anziani. Altre domande: ha mai inviato raccomandate con avviso di ricevimento per ricusare qualche suo assistito "per motivi politici"? E’ informato (e disposto nel caso a fare doverosamente nomi e cognomi) sull’esistenza di qualcuno, tra i pazienti di chicchessia, in qualche modo indotto o costretto a fare la scelta del medico valutando presunte opportunità "politiche"? Cosa pensa della particolare delicatezza di certi ambiti, e della necessità di prendere tutti gli accorgimenti necessari perché, soprattutto in un piccolo paese, le persone più anziane o quelle più semplici e indifese non abbiano a correre il rischio di sentirsi in qualche modo “obbligate”? Più in generale, conosce, pensa, e vuol dire qualcosa su realtà in questo territorio nelle quali l’intreccio tra sanità e politica è diventato troppo stretto, pericolosamente stretto? Ha Pino Stillo la forza d'animo per parlare di queste cose, nella misura in cui sono connesse al suo ruolo pubblico, o pensa di poter giocare solo con il mio di lavoro, magari menzionando Bagdad col puerile pretesto di fare un po' di geografia?
La terza questione è quella del prezioso contributo, offerto ancora una volta sia da chi lo ha punzecchiato in modo anonimo sia da Stillo stesso quale amministratore con delega alla cultura (incarico presumo almeno questo non gratuito), perché anche la piazza virtuale andreolese (evidentemente sottoposta a monitoraggio continuo, come tutto il resto) diventasse, al di là delle intenzioni dei suoi curatori e creatori, esattamente come quella reale: un territorio squallido, da utilizzare per i propri scopi di disinformazione e propaganda, utilissima per nascondersi, confondersi e confondere, cianciare, incensarsi, recapitare vili messaggi trasversali. Fingendo oltretutto, perché la perversione sia completa, di invocare coraggio, lealtà e trasparenza.
Ma fin qui niente di nuovo. Nuovo è invece l'annuncio (di cui prendiamo fin d'ora, ad ogni buon conto, diligentemente nota) che Stillo fa del proprio ritiro dalla politica locale, reso, con due anni di anticipo, senza considerare che quando questo straziante commiato si consumerà, dopo 22 (ventidue) anni, avendo egli attraversato cinque sindacature, un dissesto, e almeno sei formazioni politiche diverse, di destra e di sinistra, proclamando e sostenendo tutto, e poi di tutto il contrario, sarà suo dovere presentare al popolo un bilancio conclusivo di tanta attività, e non potrà che essere un bilancio senza trucchi. Dovrà egli finalmente spiegare come ha trovato il paese nel 1988 e come lo starà lasciando nel 2010, quali sono i passi in avanti o quelli indietro che questo paese avrà fatto sul piano demografico, sociale, del lavoro, della previdenza, dello sviluppo, dell'ammodernamento dei servizi, della scuola, della crescita, della forza e freschezza delle idee, della speranza di futuro, dei diritti civili, della dignità e delle opportunità per le donne, della laicità. Dovrà illustrare la gestione di incarichi, contributi, assunzioni definitive, lavori temporanei, nomine, permute, concessioni, assegnazioni, gratifiche, incentivi, progetti, convenzioni, finanziamenti pubblici, patrocini, associazioni, e quant’altro. E lo farà naturalmente carte alla mano, senza pretendere di essere creduto honoris causa. Dovrà spiegare se vi saranno ancora caste, se i pensionati e gli operai staranno meglio o peggio dei medici, dei preti, degli affaristi, degli architetti e degli ingegneri, se si sarà concepito o programmato qualcosa per tutti e non solo per alcuni, se si potrà ancora essere commercianti solo per lavoro e non anche commercianti nell'anima, se gli strati più umili della popolazione saranno più lontani o più vicini alla responsabilità e alla consapevolezza, se ci sarà più o meno legalità, più o meno trasparenza, più o meno onestà intellettuale e pratica, maggiore o minore coscienza della propria dignità, se sarà più facile e più automatico essere onesti piuttosto che furbi, limpidi piuttosto che ambigui, sperimentatori piuttosto che ripetitori. E dovrà spiegare con quali azioni concrete, con quali comportamenti vissuti, al di là dei proclami, delle ostentazioni masturbatorie, delle omelie arroganti, delle bagattelle tradizionali ammuffite e miserabili, lui, con i suoi numerosi titoli accademici, avrà contribuito a quei risultati. Forse riuscirà ad accontentare i soliti servi della gleba con storielle di concerti, di processioni e di pro loco. Qualcuno di quelli che hanno sempre, e volentieri, il cappello in mano. Ma io scommetto di esserci ancora, tra due anni, per porre, col mio nome e cognome, le domande che ossessionano.
Fin qui il ragionamento politico, da cittadino. Altra cosa è invece la possibilità, che lo invito a cogliere, di tornare decorosamente sui suoi passi, non con una finta rettifica, ma chiedendo alla Polizia Postale di decifrare quell'indirizzo per far piena luce sull'intera natura di questo giochetto volgare, e poi rendere quell'indirizzo pubblico, porgendo a me le sue scuse. Fermo restando il fatto che io chiederò alla Procura che si vada ad aggiungere quest'ultima aggressione al fascicolo delle altre precedenti per le quali ho già chiesto che sia finalmente impedito, a chi riveste un ruolo pubblico e istituzionale, di interferire con la dignità ed il lavoro delle persone libere e per bene.
Distinti saluti.
Pasquale Cosentino

8. Pino Stillo, 21 marzo 17.11
Egregio Signor Pasquale Cosentino,
noto, con dispiacere, che continua, da parte sua, il solito astio e la consueta acredine mei miei confronti e non riesco a capirne i motivi,considerata la mia totale indifferenza mei suoi riguardi.
Comunque non ho intenzione alcuna di replicare alla sua lunga requisitoria perchè ritengo di avere problemi più seri con cui confrontarmi e preferisco dedicare il mio tempo alla famiglia ed al lavoro piuttosto che alle polemiche inutili in cui Ella ha sempre brilallato( basta leggere i tanti volantini e le tante pagine del giornale ufficiale di "Civitas" in cui si è divertita ad attaccari anche con l'utilizzo di caricature di pessimo gusto dal 2000 in poi!!!).
Non ho mai passato il mio tempo ad analizzare la sua vita pubblica o privata come invece ha fatto lei in questi anni.
Quando non sarò più impegnato in politica( a proposito metta in tempo utile una buona bottiglia di spumante in frigo per i festeggiamenti!!!) renderò pubbliche le tante angherie anonime subite in questi anni da me e dalla mia famiglia e che abbiamo sempre affrontanto in silenzio e con dignità.
Le giungano da parte mia auguri sinceri e senza alcun rancore.
Pino Stillo


9. Emanuele, 21 marzo 21.25
Ragazzi, ragazzi...... ma dico io, non mi vi posso lasciare soli un momento che subito a litigare... dai, è la settimana di Pasqua... cercate di essere più buoni... poi, se proprio non ci riuscite, vi potete sempre ignorare!
Vabbè, scherzi a parte, spero che la situazione si sia chiarita anche se, ovviamente, gli attriti restano.
Vi ringrazio per aver usato toni civili anche se duri e aspri e vi ricordo che questo spazio è sempre aperto al confronto.
Buona Pasqua ad entrambi... ed a tutti i nostri cari lettori.


martedì 15 gennaio 2008

Se danno i numeri...


Quanti sono i turisti che in questi anni, attirati sempre più dal rinascimento primaverista andreolese, hanno calcato i nostri lidi? I dati sembrano essere contrastanti. Vediamo perché:

"Sant'Andrea Jonio è un comune ad elevata vocazione turistica...che porta la popolazione da 2.500 abitanti a 15.000 presenze nel mese di Agosto..." (Maurizio Lijoi, "Il Quotidiano", 4 maggio 2004);

"A Sant'Andrea...ad agosto la popolazione passa da 2.000 a 20.000 persone..." (Pino Commodari, "Il Domani", 13 febbraio 2007);

"Il depuratore è sottodimensionato con la potenzialità massima di 20 mila abitanti mentre d'estate qui si arriva a 30.000 (nei tre comuni serviti dal depuratore N.d.A.)..." (Maurizio Lijoi, "Il Domani", 12 gennaio 2008);

"Vorrei proprio capire perché a Sant'Andrea che ha poco più di 2000 residenti l'ATO affibbia 9.000 presenze fluttuanti in 60 giorni..." (Maurizio Lijoi, "Il Domani", 12 gennaio 2008);

"La presenza turistica, superiore alle 200.000 unità, di cittadini che hanno scelto S.Andrea come luogo di vacanza...per l'alto gradimento..." (Volantino a firma: Sinistra Democratica-Rifondazione Comunista-DS, 4 settembre 2007).


"I calcoli devono essere fatti su dati reali, non fittizi" - ha infine pontificato il sindaco nell'articolo citato su "Il Domani" - "Mi piacerebbe proprio che la procura avviasse un'indagine..."

Forse, in questo caso, la procura non serve...la struttura a cui rivolgersi, pubblica o convenzionata, purché di qualità, probabilmente è un'altra...

mercoledì 31 gennaio 2007

Alla luce del sole


Ecco un documento coperto da segreto, nel paese dei paladini della trasparenza:



Il documento, recuperato fortunosamente, è estremamente interessante, non tanto per i deliri che contiene (chiama "straordinaria vittoria elettorale" una partita giocata a porta vuota, fantastica su "radicamenti di forze" ed "elementi che contraddistinguono", blatera su presunti "tentativi destabilizzanti"... insomma tutto l'armamentario retorico classico dello stalinista di paese), quanto perché per la prima volta si parla, con linguaggio sorvegliato e prudente, di "insoddisfazione", "rallentamento", "programmazione da riconquistare", "necessità di maggiore impegno" ecc.

Ovviamente, trattandosi di tabù che contraddicono la propaganda ufficiale, su questa lettera è stato mantenuto un rigoroso segreto. Il Foglio di Militanza Comunista, uscito esattamente 6 giorni dopo, non ne fa alcun cenno, anche se l'analista attento può scorgere segnali di insofferenza, affidati a penne di "nuova generazione". Nella bacheca di Rifondazione, a cura dei soliti solerti esecutori, ne è stata pubblicata una versione addolcita e corretta.

Dell'incontro tra delegazioni e sindaco di cui si parla, mai fu dato sapere. Come abbiamo poi perso quei famosi "treni" (e tanti altri ancora), ciascuno lo può verificare da solo, su di sé. Una cosa è certa: la partecipazione, la democrazia, l'onestà intellettuale, la serietà della politica, sono un'altra cosa.  

mercoledì 22 novembre 2006

Ora et labora

martedì 3 maggio 2005

Penne di regime...


Potrà sembrare strano, un titolo così, riferito a Sant'Andrea Jonio. Parrebbe una di quelle questioni che si affrontano solo a "livello nazionale", "in generale", che riguardano quella politica nazionale così lontana e così poco "pericolosa", sulla quale la maggior parte degli andreolesi si sente autorizzata a chiacchierare senza correre rischi. Eppure l'espressione è presa dal celebre Foglio di Militanza Comunista, precisamente dal numero del 25 maggio 1997, pag. 3 (riquadro sotto), che, nell'occasione, blaterava di un famoso rimborso (sul quale avremo modo di tornare):


"[...] il Sindaco [...] si é affidato nelle domestiche mani di un solerte corrispondente [...]I nostri complimenti a Massimo Ranieri che con tale operazione si é guadagnato un posto d’onore nell’affollata schiera delle 'penne di regime'."

"A buon intenditor..." avrebbe poi scritto in uno storico articolo su "Il Domani" (22 giugno 2002) uno di questi gloriosi tribuni! Ma il giornalista in questione, di tanto generoso avvertimento non deve essersi curato. Ha continuato perciò per qualche anno a prendersi affettuosità varie ("onanismi" - venivano definiti i suoi articoli proprio dal FMC - "vangelo secondo Massimo", ecc.) e lettere di protesta e pressioni sul giornale. Tutte cose che alcuni ricordano benissimo, anche nel paese della memoria addomesticata. Finché la faccenda, dopo la presa del palazzo d'inverno, non ha avuto il suo vergognoso epilogo con una delibera che più sotto vedremo.
  
Qui non abbiamo Piazza del Popolo, e nemmeno un popolo, veramente. Perciò non possiamo organizzare manifestazioni per la libertà di stampa. Quello che possiamo fare, invece, è verificare se nel frattempo, dopo 10 anni di buongoverno illuminato, la schiera delle "penne di regime" è ancora una "affollata schiera" .

Ecco un esempio illuminante:


"A intervenire per primo nel dibattito - annota l'articolista Sara Dominijanni - è stato...Pino Commodari, il quale..." ecc. ecc. "A chiudere il dibattito - scrive più avanti -  è intervenuto il segretario...Sergio Genco..." 
La giornalista ci offre poi una sintesi delle dottissime prolusioni dei due illuminati, e riferisce che "la festa è proseguita con una grande spaghettata..." 

Chissà quanta ammirazione, mista a gelosia, avranno provato, nel leggere questo articolo, in tutti quei paesi del comprensorio dove si riesce a malapena a fare una cosa alla volta, dibattimento o spaghettata che sia! Peccato però che, in un paese reale, se un illustre oratore 'interviene per primo' e un altrettanto illustre oratore 'chiude' un 'dibattito' s'intende che in mezzo, tra i due, ci sia per l'appunto...un dibattito! Che invece c'è stato soltanto nella mente e nella frenesia celebrativa di chi ha scritto l'edificante resoconto, anche perchè "gli andreolesi riuniti fra divertimento e riflessione", in attesa degli spaghetti, erano più o meno quei dodici che riesce a inquadrare la foto. Dal che si deduce che una sciocchezza del genere assomiglia molto alla famosa barzelletta del corridore che si vantava di esser giunto al traguardo secondo omettendo di spiegare che era una corsa a due. E si potrebbe anche ridere, se non fosse che le barzellette sono, a Sant'Andrea, un bene estremamente inflazionato, e ci sia ormai veramente poco da ridere.

Ma eravamo partiti da un'altra storia. Che fine ha fatto poi il buon Massimo? Quello che scriveva "vangeli", praticava "onanismi", e "affollava le schiere"? Preso il palazzo d'inverno, i portatori del sol dell'avvenire non potevano che passare ai fatti:

Questo a lato è un riquadro dell'allucinante delibera 56/2002. Massimo, tra l'altro, si limitava nell'articolo in questione a riportare opinioni esposte (e firmate) in un volantino da altri. Per cui questa, al paese mio, si può chiamare in un solo modo: intimidazione. Ancor più grave perché non è l'unica, e perchè non si capisce chi ha pagato (e chi ha controllato) tutte le spese legali scaturite, in questo decennio, da delibere facili prodotte come scorciatoia per la propria lotta politica.

sabato 30 aprile 2005

Le elezioni del 2005


Il 20 settembre del 2004, dopo cinque anni di solitaria opposizione, con una lettera, Civitas lanciò un appello a tutte le forze che in teoria avrebbero dovuto voler porre fine alla stagione di malgoverno del nostro Comune, a cominciare dai partiti almeno nominalmente presenti sul territorio.

Ci furono, nelle settimane seguenti, diversi incontri, che non produssero alcun esito serio. I convenuti erano competamente immersi nelle solite vecchie logiche: dicevano una cosa in pubblico e ne decidevano un’altra in privato, straparlavano di “ruolo dei partiti” e di “recupero della chiesa locale”, e si mostrarono interessati quanto e forse più degli stessi amministratori in carica a cercare di mettere la museruola ai disturbatori di Civitas. Fu la dimostrazione che era vera una nostra intuizione fondamentale, cioè che a Sant’Andrea esiste un solo bipolarismo, e perfetto. Quello tra le persone libere e disinteressate da una parte, e i funzionari dello status quo dall’altra, gli strateghi della politica politicante.

Prendemmo atto, quasi subito, che non esisteva nessuna volontà di cambiamento della situazione reale.

Si andò così delineando, prima e dopo le nuove elezioni, quel quadro desolante che avrebbe portato alla quasi scomparsa di Civitas, vista l’inutilità del fare e del pensare in un paese senza futuro, in cui tutto è già stato detto una volta per sempre.

Senza più Civitas, ostinata a “mettere in discussione la gestione democratica e a turbare l’ordine pubblico” (sono parole di Pino Soriero, 27.09.2001), comparve una finta lista (non a caso chiamata "Pace per Sant'Andrea”) e una (altrettanto finta) chiamata “Ora et Labora”. Con quest’ultima la maggioranza si impegnerà, ogni tanto, in qualche finta schermaglia di poco conto e da copione, ottenendo il prezioso risultato di riuscire a simulare, agli occhi dei più, la presenza di un'opposizione capace di creare ostacoli e problemi nel percorso di un governo del paese del tutto arrogante e fallimentare di suo. Naturalmente, nonostante ciò che la propaganda riuscì ancora una volta a imporre come credenza, la realtà era ben diversa. L'opposizione smise di esistere, smise di informare, smise di avere un senso. Oggi sappiamo che “Ora et Labora” è stata l'invenzione più geniale di Primavera Andreolese. Guidata da uno dei tecnici di fiducia dell'amministrazione, irrompe sulla scena dal nulla, preoccupata almeno quanto gli amministratori di sbarrare la strada a Civitas, e costringe molti a votare direttamente per Primavera Andreolese piuttosto che per un suo surrogato. Fa resuscitare, e legittima, metodi e logiche che sembravano perduti nel passato o prerogativa dei maggiorenti in carica. Garantisce, dopo l’aventino di Civitas, una nuova, apparente, normalità istituzionale e, nello stesso tempo, rinuncia a ogni seria iniziativa di controllo e di informazione. La maggioranza ha le mani libere e la faccia salva. Il solo nome “Ora et Labora” dimostra l'abissale distanza dai concreti problemi del paese e rimanda a un moralismo bigotto, falso perché interessato, inconcludente. E come potrebbe, un gruppo con un nome del genere, contrastare una maggioranza clerical-socialista? Così, tornato il nostro reverendo ingegnere ai suoi incarichi di fiducia ed alle sue orazioni (laborat et orat), Giulio Calabretta si autoproclama “prima opposizione costruttiva della storia del paese”. In seguito Pietro Aloisio prende una posizione solitaria e autonoma (e ricomincia ad esser preso di mira), mentre, dopo la surroga dei primi quattro eletti, i consigli comunali si tengono attorno a un tavolo fra buoni amici e buoni sentimenti. Tutte le questioni davvero serie (bilanci, soldi, scelte fondamentali, programmazione, futuro) sono avvolte dal silenzio e dal buio. Alle elezioni del 2010 Carlo Renda, ex stratega "orante et laborante", sarà candidato direttamente con Primavera Andreolese. Il sistema è salvo. L’ordine regna a Varsavia.

I cinque documenti che seguono (due prime pagine di “Parrasuni” e tre relazioni del presidente all’assemblea di Civitas), tutti appartenenti a chi scrive, possono dare un’idea delle questioni sul tavolo in quei giorni.


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Assemblea di Civitas del 28 novembre 2004
relazione del presidente Pasquale Cosentino

[…] E’ giunto il momento di decidere cosa fare da grandi…l’assemblea deve giungere a una conclusione…Bisogna prendere una decisione importante per noi e per gli altri, ed è quindi il momento di tirare alcune somme: dobbiamo perciò parlare di noi e di quelli che sono (secondo gli altri) i tre “reati gravi” commessi da Civitas.

1. nascita di Civitas (i primi due reati)
Civitas è nata perché un gruppo di persone libere, di diversa provenienza, si sono opposte non a un deliberato popolare, ma a una congiura di palazzo, al fatto che una buona esperienza amministrativa dovesse finire perché non conveniva più vederla in vita a coloro che si credono i padroni di Sant’Andrea. Questo è nel nostro Statuto e nel nostro “certificato di nascita”. Se e quando sarà il momento, noi cambieremo il nostro “certificato di nascita” per nostra autonoma decisione, e non perché qualcuno adesso ci chiede di farlo per sue convenienze. Civitas (questo è il primo “peccato” o “reato grave”) si era già macchiata di lesa maestà organizzandosi in lista per contrastare ciò che non doveva essere contrastato, e per difendere ciò che non doveva essere difeso. Ma molti speravano che, come si usa da queste parti, dopo le elezioni, tutto sarebbe tornato a posto, e come prima. E qui Civitas ha commesso il suo “secondo reato”, sempre di lesa maestà: ha ritenuto di doversi organizzare, crescere, radicare nel territorio per continuare a dire l’indicibile e a pensare l’impensabile. Peccato che da queste parti l’indicibile e l’impensabile coincidano con l’alfabeto minimo della democrazia, della legalità, della partecipazione dal basso, della laicità, della trasparenza, della libera circolazione del pensiero, cioè con quelle acquisizioni che altrove sono pacifiche e che a Sant’Andrea, grazie all’azione ostinata e costante del gruppo politico attualmente al potere, con buona pace di ogni pretesa “vivacità culturale”, sono ancora eresia. Avendo toccato queste questioni, essendo andata al cuore dei problemi veri di questo paese, avendo testimoniato la necessità di una cultura della cittadinanza, contrapposta a una politica politicante decisa da pochi e riservata a pochi, ed essendosi in questo innestata nell’esperienza della precedente amministrazione (che ha rappresentato una cesura importante…chi parla di “omogeneità ventennale” di “ventennale predominio” dice una crassa stupidaggine) Civitas rappresenta l’idea politica più bella sorta a Sant’Andrea negli ultimi anni, un piccolo miracolo politico, sociale e culturale.

2. l’ultimo quinquennio e i partiti
Sulla base di ciò si è fatta, inevitabilmente (non ci può essere pace se non c’è giustizia e diritto. Il “buonismo” è già indigeribile in se stesso figuriamoci quando diventa un luogo comune, poco ragionato e molto interessato), legittimamente, opposizione per 5 anni… Tutti conosciamo la logica e la prassi costante di questa maggioranza. I grandi partiti dov’erano, mentre si faceva carne di porco di ogni principio di trasparenza, di equità e di democrazia? Dov’era l’intellighenzia che fa politica per “dovere morale” e per “mettere al centro l’uomo” mentre noi eravamo discriminati o diffamati? Dove sono ancora oggi di fronte alle strumentalizzazioni e alle menzogne? Dov’erano di fronte ai fatti gravissimi che noi abbiamo reso di pubblico dominio (ultimo l’autosospensione)? Ebbene: erano prudentemente e comodamente appartati nell’ombra, ben attenti a non disturbare i manovratori, intartufati per fare la solita politica furba degli addetti ai lavori, impegnati a far finta di dover capire se Civitas era un movimento o un partito, se era politico o culturale, di destra o di sinistra, con Ciccio o senza Ciccio. Erano nell’ombra, tanto surgelati dal timore delle ritorsioni della maggioranza quanto indispettiti dall’indipendenza di noi opposizione. E in quest’ombra qualcuno ha avuto incarichi, qualcun altro contributi, gli altri hanno vissuto in pace.

In questi ultimi cinque anni i partiti sono progressivamente spariti. Si sono imboscati come non avevano mai fatto. Perché con l’amministrazione precedente era finito anche il tempo in cui ci si poteva esporre senza rischi, in cui si poteva essere dipendenti comunali e segretari di un partito dell’opposizione, in cui si poteva essere architetto, lavorare e schierarsi contro il sindaco, essere ingegnere e andare al comune senza cartelle vuote sotto al braccio, il periodo in cui si poteva scrivere, volantinare, fare propaganda (anche menzognera), rifiutare tradizioni, manifestazioni e devozioni, presentare esposti, interpellanze, censure e quant’altro. In poche parole con l’amministrazione precedente è finito il tempo della politica […] Oggi c’è posto solo per il populismo dei feudatari che reggono il paese, lo controllano e l’asfissiano, e saremmo immersi completamente in una cortina di fumo, di paura e di silenzio, se non ci fossimo stati noi a resistere in qualche modo. E abbiamo resistito da soli.

3. il contatto
Ora, a 5/6 mesi dalle elezioni, i partiti, con mille cautele e mille sotterfugi e calcoli, sono tornati in gioco. Ma la politica non è un gioco. In virtù del fatto che siamo stati gli unici ad essere coraggiosamente presenti in tutto questo tempo sarebbe stato perfettamente legittimo per noi, nel cercare alleanze, rivendicare primogeniture e prerogative. Non lo abbiamo fatto. Abbiamo mandato una lettera, il 20 settembre scorso, a tutte le forze teoricamente potenzialmente interessate a cambiare le cose, a tornare alla democrazia. Quella lettera non conteneva nessuna pretesa e si limitava a lanciare un appello, precisando solo che il minimo comune denominatore per cominciare una discussione non poteva che essere un giudizio inequivocabile sull’attuale malgoverno del paese.


Trascorsi due mesi mi pare che siano emerse tutte le contraddizioni che la nostra impostazione e la nostra esperienza sono in grado di portare all’interno di un sistema di cattive abitudini così consolidato.
Cosa abbiamo ottenuto da questi contatti?: richieste di incontri segreti, chiacchiere su una presunta “crisi” dei partiti che sarebbe finita, ciance sui “personalismi”, il “predominio delle sinistre”, il “recupero” della chiesa locale (illusorio, dico io, e comunque è miserevole questa concezione della chiesa locale come soggetto politico tra gli altri), richieste di un cosiddetto “passo indietro”, sostanziale indifferenza delle posizioni, pregiudiziali, retorica stomachevole dello “sguardo in avanti”.

4. ciò che ci può distruggere
in questo abbraccio noi rischiamo di soffocare, e rischiamo di buttare a mare tutto ciò che abbiamo costruito, la sostanza della nostra esperienza:


-i sotterfugi, gli incontri nascosti, puzzano di muffa: puzzano della muffa del vecchio modo di intendere la politica, che ha rovinato questo nostro paese, e non hanno niente a che fare con noi;
-le decisioni prese da pochi in sede riservata puzzano di muffa…
-le trattative segrete, parallele a quelle ufficiali, puzzano di muffa…
-la mancanza di un qualsiasi scatto di fantasia e di progettualità originale nel leggere la realtà locale puzza di muffa…
-il nicodemismo avvilente puzza di muffa…
-il gioco delle parti politiche, come se fossimo al governo della nazione e non stessimo invece tentando di occuparci del nostro paesello, è ridicolo, puzza di muffa…
-l’assoluta mancanza di ogni volontà laica (il problema è solo accreditarsi verso i depositari di non si sa cosa) puzza di muffa…
-il rifiuto di dare un giudizio onesto e chiaro, come fanno tutte le persone adulte e mature, puzza di questa muffa…

Se accettiamo tutto questo vuol dire che finora abbiamo scherzato. E se è stato bello condividere questa esperienza con tutti voi, è stato anche troppo troppo faticoso per poterla adesso regalare in dote a chi è stato, finora, seduto dove si stava più comodi. Quando abbiamo scritto quella lettera volevamo fare un tentativo, senza troppe illusioni. Adesso che interessa più loro che noi non vorrei che le nostre illusioni fossero pericolosamente aumentate […]
Se avessero voluto cambiare le cose ci avrebbero affiancati prima. Avrebbero chiesto loro di parlare, tutti, prima di tutto, con noi. Se così non è stato è perché forse non hanno davvero interesse a proporsi come alternativa […] forse non c’è nessuna novità vera in campo, forse sono semplicemente interessati a un cambio di facce o di sigle.
Rimane comunque il problema della gente comune, che in questa analisi abbiamo trascurato quasi fossimo stati presi anche noi dal virus della vecchia politica.

5. il terzo “reato”
Dobbiamo però anche parlare del terzo reato commesso da Civitas, perché non farlo significherebbe non voler capire di cosa stiamo davvero discutendo. Il terzo reato ha un nome e un cognome: si chiama Ciccio Cosentino.
Ciccio Cosentino non ha avanzato finora nessuna pretesa, ma è come lo spettro del famoso manifesto…tutte le potenze della “vecchia Sant’Andrea” (preti, tecnici, costruttori, rappresentanti di se stessi…) sono ossessionate e alleate, da tempo, in una santa caccia spietata contro questo spettro. Bene: Ciccio Cosentino ha mille difetti, che nessuno conosce più di me, ma è stato un eccellente curatore delle pratiche amministrative, e un amministratore giusto. Fin dai tempi del famoso “lotto 19”. Io gli sono grato come cittadino e come figlio. Non accetto di trattarlo a pesci in faccia solo perché qualcuno potrebbe pensare che difendo un mio congiunto o perché questo può far piacere a qualche potere forte di casa nostra.
Se è diventato il nemico pubblico numero 1, io gli do la mia testimonianza e la mia solidarietà, per un fatto morale (il dovere di stare accanto a chi subisce un’ingiustizia non è prerogativa dei presunti “compagni”) e per un motivo politico (questi linciaggi sono la prova del degrado nel quale certi soggetti hanno precipitato il paese). Tutto questo non può non interessare chi dice di volersi occupare di politica locale. Se un candidato in pectore mi dice che queste cose “non gli interessano”, non è il mio candidato. Evidentemente i suoi interessi sono…ben altri e…ben noti! Altro che sguardo al futuro!

6. la proposta
Continuiamo a fare quello che abbiamo fatto e che facciamo in pulizia e meglio: vera informazione, vera cittadinanza, vera cultura. Facciamo crescere il sito e il giornale, apriamoli ai più diversi contributi, organizziamo convegni sulle questioni che davvero interessano questa comunità. Aspettiamo di veder crescere, incoraggiata dalla coerenza del nostro impegno, una generazione successiva.

[…] Non ci sono, a mio avviso, le condizioni per discutere con nessuno che non abbia il coraggio di dare un giudizio netto sugli ultimi anni; che non abbia il coraggio di dichiarare pubblicamente che rispetta il lavoro di Civitas e vuole condividerne lo sforzo per tentare di cambiare; io non vado a ratificare la candidatura e le condizioni di nessuno. Io non ho nessuna storia da rinnegare o da dimenticare.


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Assemblea di Civitas del 12 dicembre 2004
relazione del presidente Pasquale Cosentino

[…] In pochi giorni si può passare dall’avere qualche perplessità, e qualche dubbio, a nessun dubbio…ora io dico basta […]


Dopo la lettera del 20 settembre ci sono state le ambiguità che sapete: incontri segreti, richieste stravaganti di “azzeramento”, di “passo indietro”, ecc.
In un modo o nell’altro, dopo l’assemblea, siamo arrivati all’incontro di domenica scorsa in cui ancora hanno provato a parlare di “zoccolo duro”, di fine delle “dietrologie” (?) ecc. […] tuttavia quell’incontro si era concluso in modo positivo: ci siamo lasciati (aggiornandoci a mer 8) con questo accordo: pari dignità, rispetto della storia e dell’autonomia di tutti, intoccabilità di Parrasuni, programma e uomini da concordare dopo e insieme […]

Mer 8 tutto era cambiato: ora, se un venditore concorda col suo compratore uno sconto massimo del 30% e tre giorni dopo il compratore chiede il 50 o addirittura il 70%, l’affare non si può fare. Il compratore non è persona seria […]
La sera dell’8 eravamo tornati indietro su tutto (doppio inganno: continuiamo a trattare con un interlocutore che gioca con due mazzi): hanno cominciato col chiederci di bloccare una nostra possibile risposta al volantino del 7 dicembre; hanno proseguito permettendosi di rimettere in discussione l’autonomia di Parrasuni; continuano a chiedere “passi indietro” e non dicono di chi; sostengono che gli amministratori attuali in fondo non sono male: siamo noi che “non li abbiamo capiti”! Ed allora ecco che i conti non tornano: […] ora capisco perché al congresso UDC si è parlato di tutto fuorché della situazione politica locale! E’ normale in un congresso cittadino? Può accadere altrove oltre che in questo paese di talpe e di tartufi? Verso la fine della riunione hanno gettato la maschera: il capolista, è stata l’incredibile affermazione, deve “necessariamente” venire dai partiti. E non saprei dire se è più sciocca e grottesca tutta l’affermazione, il modo in cui è stata fatta, o la circostanza che fosse condita da quel “necessariamente” […]

Ora io dico basta […] molta di questa gente li ha già votati […] non hanno mai condiviso il nostro modello, hanno allergie inguaribili rispetto a qualcuno di noi; alcuni non riescono neppure a mettere piede nella nostra sede […] da dove sono arrivati adesso? […]
Ditemi dove sono, nella loro impostazione, con questi tabù e queste abitudini, i cittadini di Sant’Andrea (e i cittadini ci sono, sarebbe un errore non crederlo…arrivano tante e-mail di giovani che ci incoraggiano ad andare avanti, che timidamente si accostano perché finora nessuno ha insegnato loro a partecipare, ad essere presi in considerazione), […] se quelli che dovevano essere i nostri alleati sono convinti di poter fare la politica chiusi nelle macchine, se sono convinti che Parrasuni come strumento debba andare in soffitta (che è esattamente la speranza dell’attuale sindaco) qual è la differenza con i nostri avversari?
Il 95 rompemmo subito con un partito perché poneva una pregiudiziale. Forse alcuni protagonisti di quella faccenda lo hanno dimenticato. Io condivido quel metodo…sono invece ormai anni che aleggiano pregiudiziali che ci hanno suggestionato e condizionato. Ho partecipato a 6 incontri, credo di aver fatto più del mio dovere. Adesso basta. Pronuncio un no personale certo, che spero sia anche un no comune.

[Nota: dopo questa assemblea, con decisione unanime, Civitas ha ritirato la sua disponibilità a proseguire con ogni ulteriore “consultazione”]



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La chiarezza vale oro
(Da Parrasuni n. 10 del 10 gennaio 2005)

Quando abbiamo inventato Civitas, volevamo dire basta a una politica riservata agli “addetti ai lavori”, fatta di strategie e trame tessute di nascosto, e presentata ai cittadini solo all’ultimo minuto, come piattino pronto da digerire per forza. Abbiamo scritto in questi anni, firmato, parlato con chiarezza, preso le nostre decisioni discutendo in modo ampio e a porte aperte. Oggi, a meno di tre mesi dalle nuove elezioni, è più che mai necessario usare parole di chiarezza, se non altro per mettere fuorigioco troppi “ho saputo”, “mi hanno detto”, “pare che”, dai quali è e sarà importante liberare il nostro paese, prima che da ogni altra cosa.

Il 20 settembre scorso Civitas ha lanciato un appello a tutte le forze potenzialmente intenzionate a porre fine all’attuale malgoverno del nostro Comune, a cominciare dai partiti almeno nominalmente presenti sul territorio, sia di centrodestra (AN, UDC, Nuovo PSI), che di centrosinistra (Margherita).

Si sono avuti, nelle settimane seguenti, diversi incontri di cui gli ultimi due (5 e 8 dicembre) non solo tra legali rappresentanti ma con delegazioni ufficiali complete.

Nonostante alcune apprezzate disponibilità individuali, tali incontri non hanno avuto nel complesso, secondo noi, esito soddisfacente, ed abbiamo dovuto prendere atto che non esiste ancora una reale disposizione al cambiamento, non solo nei nomi, ma nella sostanza, della situazione attuale.

Se tanti che oggi dicono di voler liberare il paese da una cattiva amministrazione, avessero trovato il tempo, il modo e il coraggio, nell’ultimo quinquennio, di dire almeno una parola, le nostre argomentazioni avrebbero avuto più forza e più efficacia. Invece noi siamo stati i soli a fare opposizione (cioè a rappresentare le ragioni di una Sant’Andrea pulita e trasparente), e tuttavia volevamo superare questo dato, e ci siamo presentati agli incontri senza nomi e senza pretese. Ma la nostra autonomia - passata, presente e futura - la pari dignità e l’identità con cui si può discutere con tutti, non sono patrimonio che si può mettere sul tavolo di una trattativa. Noi non abbiamo storie da “azzerare”, generici passi indietro da compiere (rispetto a chi e per quale ragione?) o paci ingiuste da firmare. Abbiamo condotto una battaglia (politica) giusta, contro la protervia, la demagogia e l’inganno. E bisogna essere ciechi (o avere interesse ad esser ciechi) per non aver visto e non vedere. I partiti in questi anni difficili sono rimasti comodamente in silenzio e nell’ombra. Hanno abdicato al proprio ruolo, anche a quello bene o male sempre esercitato, dimostrando un’incapacità - o una non volontà - di giudizio su fatti che invece non si prestano a nessuna disquisizione salottiera. In questo silenzio e in quest’ombra chi non ha ricevuto incarichi, benevolenza o contributi, quantomeno ha vissuto in pace. E proprio questo silenzio e quest’ombra sono la migliore prova che la descrizione che noi facciamo delle condizioni del nostro paese è drammaticamente realistica.

In un contesto fatto di troppi incontri ufficiosi, paralleli a quelli ufficiali, Civitas ha dunque rifiutato un gioco condotto con più mazzi e su più tavoli. Perciò ha deciso, con deliberazione unanime dell’assemblea degli iscritti del 12 dicembre scorso, di ritirare la propria delegazione da ogni consultazione in corso. Tocca adesso ad altri, dopo tanta vacanza, andare avanti, dimostrare una reale volontà di cambiamento, far piazza pulita, con determinazione, di troppi tabù. Civitas deciderà liberamente (e solo con i suoi organi e nelle sue sedi statutarie e ufficiali, con esclusione - sia chiaro - di ogni altra chiacchiera e/o giurisdizione) se presentare o no una propria lista, o se ci sono le condizioni per votarne un’altra, davvero attrezzata, nei progetti, nei metodi, negli uomini, e nello stile, per prendere il posto degli attuali reggitori del nostro Comune.

Rimangono in piedi tutte le questioni importanti da noi, e da noi soltanto, finora sollevate. Prima fra tutte quella di un nuovo modello di cittadinanza, la fine di certe assurde paure che non si superano certo con gli auguri pop-rock inviati dal sindaco. E’ urgente un orizzonte meno demagogico per la convivenza civile, la fine di una politica che continua ad essere indirizzata dall’esterno e dall’alto, da quei poteri forti locali, quelle lobby di paese (preti, tecnici, imprenditori, priori, presidenti, segretari, addetti vari) che pretendono da sempre un paese conforme alle loro aspettative, che detestano il nuovo proprio mentre parlano di sviluppo, di cultura, di pace e di avvenire. Servono persone in grado di chiamare queste cose con il loro nome, interpellando la gente comune, non strateghi e strategie. Servono persone trasparenti che sappiano anche guardare con rispetto a quanto di buono questo gruppo, che si è ritrovato in Civitas, ha fatto, non solo negli ultimi 5 anni, ma dal 95 ad oggi. Lavoro da riconoscere e far proprio per poterlo proseguire, migliorare, aggiornare e proiettare nel futuro. Senza questo atto di onestà e di coraggio, per noi si tratterebbe solo di voler sostituire Erode con Pilato. E non ha senso. Non si noterebbe la differenza.

Pasquale Cosentino


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Finto commissario, vero podestà
(da Parrasuni n.11 del 31 marzo 2005)

Nella considerazione dell’attuale maggioranza, gli andreolesi sono un popolo di creduloni, incapaci di intendere e di reagire. Se così non fosse, non si sarebbe arrivati a un’estrema esibizione di disprezzo per l’intelligenza della gente, come la presentazione di una lista fantoccio. Ma la pretesa di una sovranità baronale (realmente praticata) in contrapposizione a quella popolare (solo proclamata) non è cosa nuova per questo gruppo politico. L’abbiamo già ampiamente saggiata, tanto per fare degli esempi, con la celebre supersurroga del 1998 (mentre chi fu esautorato allora oggi è tornato ad essere un buon candidato), o con i consigli comunali burla (a cominciare da quelli ribaltati a piacimento 48 ore dopo), oppure ancora con le finte assemblee convocate per “discutere” cose già decise, o con le tante promesse mai risolte in un fatto. Nelle stesse parole di una candidata di oggi, stampate su Elpis ad agosto 2003, rintracciamo la cifra di questa condizione e di questa mentalità: “io non voglio e non so fare politica. A noi cittadini non interessa fare politica: abbiamo già delegato”.

Sarebbe troppo facile ricordare che cosa i più austeri compagni dicevano delle “liste civetta”. Adesso che serve ai loro scopi, una lista civetta è addirittura “atto di responsabilità”. La solita velina narra della presunta necessità di evitare un commissario. Ma tutti sanno che ben altri commissari sono arrivati a Sant’Andrea, grazie sempre e solo a loro. Questa volta il commissario sarebbe eventualmente venuto a gestire nuove elezioni, come è successo a Badolato, e avrebbe quantomeno assicurato un clima meno saturo di condizionamenti e di pressioni.

E’ scattata, infatti, ormai da settimane, la ben nota asfissiante tagliola. Mentre vengono elargiti, “in perfetto stile democristiano”, i graziosi regalini dell’ultim’ora, i satrapi di Primavera Andreolese presidiano le piazze, praticano un estenuante porta a porta, ripassano i propri confusi elenchi e ripetono la loro triste conta, cercando conferme e certezze che non hanno. Chiedono rinunce ai candidati degli altri. Cercano di far paura. Agitano spauracchi e bugie. E in tutto questo sono in campo, al massimo sforzo, con i pezzi più grossi, i pretoriani migliori, la crema, che non può permettersi di veder sfumare vantaggi e prerogative. E viene fuori, perché qualcuno si decide finalmente a raccontare, che anche la volta scorsa si sono mossi così. Noi ci auguriamo che chi è oggetto di queste pressioni sappia finalmente alzare la testa, seguire l’esempio di chi ha smesso di aver paura e reagire da persona libera, con gli strumenti della parola e del voto. E’ la gente comune, in definitiva, che deve dimostrare di non voler essere più presa in giro. I destini di una comunità sono nelle mani dei suoi cittadini, e non in quelle di chi si sente depositario di chissà cosa.

Resta il fatto che Primavera Andreolese chiude in bruttezza, in linea con i suoi esordi e con la sua pratica costante.Un’amministrazione uscente che ha paura di presentarsi da sola, perché teme che nemmeno la metà degli aventi diritto si recherà a votare, riconosce di essere stata fallimentare. Resta il fatto che hanno cercato di nuovo di sottrarsi a un giudizio, e pretendono di essere creduti, come sempre, per diritto divino.


Queste pretese, queste necessità, rappresentano il più grande riconoscimento al lavoro e alle argomentazioni di Civitas. E non è il solo. Tutto in questi anni (ultime settimane comprese) dimostra quanto fosse genuina la nostra intuizione iniziale. In paese bisogna far politica senza l’inganno delle sigle. La grande “politica” dei “partiti”, nei piccoli centri, si rivela sempre più, a destra e a sinistra, tra la finta destra e la finta sinistra, una burla e una frode. Quella del movimento civico e laico rimane l’unica via percorribile per recuperare dignità e democrazia. Civitas rimane l’idea politica più bella dell’ultimo decennio, un laboratorio di coraggio e di trasparenza. Chi si tiene lontano da noi per paura dei nostri uomini e dei nostri metodi, chi non digerisce Parrasuni, si assume la responsabilità di stare dalla parte di chi desidera che Sant’Andrea rimanga nel medioevo.


I nostri iscritti non riceveranno ordini di scuderia, perché non siamo una scuderia, dove risiedono asini e cavalli, ma un gruppo di persone libere. Certo nessuno può impedirci di pensare che dopo il famoso spostamento del Busto, verso il museo delle memorie, ci potrebbe essere uno spostamento di bellimbusti. Verso il museo dell’oblio.

Allegato: il mistero della capacità di giudizio scomparsa
Che il bollettino di militanza di un partito virtuale, riesumato dopo sette anni, giusto in tempo per seminare fumo elettorale, e i sostenitori di una maggioranza con la coscienza così a posto da aver bisogno di esorcizzare il fantasma del quorum con un trucchetto da scrivania, accusino noi di voler sfuggire al “giudizio degli elettori”, può sembrare solo un paradosso. Ma c’è di più. La disponibilità a queste contraddizioni, e a queste allucinazioni, è requisito indispensabile per essere rifondatore del comunismo qui a Sant’Andrea.
Se Mario Monteverdi, oltre a bere la pozione magica, si fosse anche voluto informare, se avesse assistito a qualche Consiglio comunale, per esempio, o si fosse procurato la collezione completa del vecchio Foglio di Militanza, o qualcuno dei volantini di Primavera Andreolese, si sarebbe accorto di chi ha sempre guidato i carri armati, e avrebbe avuto la possibilità di dare un giudizio più equo. Ma, entrato nella cerchia dei giusti, egli non ha, ovviamente, alcun bisogno di informarsi: fa parte di coloro che “divulgano la verità e la lotta…” (testuale da pag. 2 del nuovo Foglio di Militanza Comunista).
Rimarrebbe da capire perché, in questo momento, hanno avuto bisogno di stuzzicare proprio noi: hanno solo paura di perdere le elezioni, o hanno paura, in assenza del nemico storico, di non essere credibili e interessanti, mentre parlano del Chiapas e della Mesopotamia ad anziani e maleoccupati andreolesi che non hanno più abbastanza soldi per pagare a fine mese le bollette?
Cosa bisogna aspettarsi in futuro (nient’affatto garantito...per nessuno) da Civitas? Semplicissimo. Resteremo al nostro posto. E continueremo a tenere gli occhi aperti, e a raccontare quello che, secondo certe logiche, non dovrebbe essere raccontato. Continueremo a parlare, in modo chiaro e diretto, di politica locale, senza sottintesi. Naturalmente, cosa dire, come dirlo, quando dirlo, lo decidiamo noi. Con buona pace di Monteverdi e compagni, e di ogni altra forma di moralismo nostrano, un po’ interessato e bigotto, ma sempre più di moda.

Pasquale Cosentino




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Assemblea di Civitas del 17 aprile 2005
relazione del presidente Pasquale Cosentino

Ho presentato, come vuole lo Statuto, al Direttivo le mie dimissioni dalla carica di Presidente e da membro del direttivo stesso, ma ho voluto inserirle nell’odg di questa assemblea perché mi sembrava giusto comunque comunicarle a tutti. Tecnicamente oggi non siamo qui per eleggere il nuovo presidente ma solo per raccogliere qualche eventuale nuova disponibilità di ingresso nel direttivo (art.15) che poi eleggerà al suo interno (art. 20) il presidente.

Le mie dimissioni erano già annunciate per subito dopo le elezioni, e non dipendono, ovviamente, dall’esito delle elezioni stesse. Ragionando con me stesso, ho ritenuto di dover prendere atto di tre cose:

1. Innanzitutto che l’enorme lavoro d’informazione nel quale ho creduto fortissimamente, e nel quale mi sono impegnato, serve ancora a poco. La maggior parte degli andreolesi preferiscono sapere, dell’attualità che li riguarda e dell’attività amministrativa, ciò che racconta in piazza, tra il serio e il faceto, la propaganda ufficiale, e si accontentano di una verità che non è quella dei fatti. Più in generale i luoghi comuni, e le menzogne create ad arte, a Sant’Andrea hanno più forza di una verità documentata. Questo ovviamente non significa che il lavoro fatto sia stato inutile o che non meriti di essere continuato. Se anche una sola persona avesse alzato la testa e preso coscienza, allora valeva la pena di spendere le energie che si sono spese. In ogni caso abbiamo consegnato alla piccola storia di questo paese un mare di documentazione su fatti che un certo gruppo politico avrebbe tramandato, come sempre ha fatto, a modo suo. Io spero che questo lavoro vada avanti. Non diventando più buonista, ma più efficace.

2. In secondo luogo, non mi posso nascondere che con la mia presidenza c’è stata una notevole emorragia di iscritti, come dimostra il bilancio che abbiamo appena approvato. Può darsi che con l’approssimarsi delle elezioni gli “stregoni professionisti” (uso una loro espressione) abbiano intensificato la loro predicazione porta a porta, cercando ulteriori proseliti proprio tra gli avversari. Ma se questa emorragia dipende da me, come qualcuno dice in giro, allora sono contento di lasciare libera l’associazione, e di lasciare libero me stesso, naturalmente, perché non ho nessuna intenzione, finché vivrò a Sant’Andrea, di firmare con il mio personale silenzio nessuna pace ingiusta. Io continuerò a parlare, a scrivere e a comportarmi da uomo libero. In ogni caso, la delusione per l’ostentata (e ingiustificata) improvvisa e recente presa di distanza di alcuni amici della prima ora, o di tanta gente che è stata con noi finché si è trattato di mangiare o di festeggiare, o finché di noi ha avuto bisogno, è grande.


3. Terzo, io rimprovero a me stesso l’andamento delle cosiddette “consultazioni”. Se potessi tornare a quel fatidico 20 settembre, che è la data in cui abbiamo mandato a dei partiti che virtuali erano, e virtuali si son dimostrati ancor di più oggi, la famosa lettera che li invitava a far parte di una specie di comitato di liberazione locale, se potessi tornare a quel 20 settembre in cui abbiamo operato una generosa apertura assolutamente mal ricambiata (appena avrò un po’ di tempo voglio mettere su carta la “cronologia” di queste consultazioni, la successione impressionante di errori inspiegabili, per non dire altro) oggi mi muoverei, e in prima persona, in tutt’altro modo. Oggi farei le consultazioni come si fanno di norma. Le farei verificando le nostre disponibilità, come le uniche disponibilità qualificate e reali, e non quelle di chi non poteva presentare nessuna credenziale e nessun curriculum. Allo stesso modo sarei molto più rigido rispetto a ogni sfilacciatura della nostra associazione e rispetto alle spinte centrifughe di chi, al pari dei funzionari dei partiti virtuali, aveva finito per condividere l’idea che dopo aver fatto da soli 5 anni di opposizione dovessimo necessariamente “fare un passo indietro” rispetto non si sa bene a chi.

Queste tre cose sono la mia sconfitta, o la mia parte di sconfitta. Detto questo però, fatta questa assunzione di responsabilità, è evidente che le elezioni non le ho perse io, e non le ha perse Civitas. Al contrario, chi le ha perse le ha cominciate a perdere proprio prendendo le distanze da Civitas, dai suoi uomini migliori, dal suo organo di informazione che rappresenta uno squarcio di novità nel grigiore di questi anni andreolesi senza paragoni, e soprattutto rifiutandosi di recepire la sostanza delle questioni concrete che abbiamo coraggiosamente sollevato. Le ha perse perciò chi avrebbe dovuto, pur con tutte le allergie, riflettere sul senso profondo della nostra esperienza. Le ha perse chi ha iniziato un tentativo alla “vecchia maniera”, con due o tre persone che decidono cosa è bene per tutti (e quando due o tre persone vogliono decidere cosa è bene finisce sempre male), le hanno perse i partiti di destra (la cui bacheca serve di solito per fare pubblicità a una marca di pane) e di sinistra (che non trovano di meglio, in un paese così mortificato, che esultare per il loro secondo o terzo posto in classifica). Le ha perse un tentativo che fin dal nome, “ora et labora”, si è dimostrato incapace di qualunque analisi seria del nostro contesto specifico, e incline a un moralismo francamente stomachevole, ad uno pseudopacifismo salottiero, che andava incontro alla richiesta più ipocrita e pressante dei nostri avversari (con le loro bandiere, marce, cartelli, e persino il nome della lista civetta) e che è diventato (al pari del “vino bello e fino”) un luogo comune interessato all’ombra del quale, nella quiete e nel silenzio, determinate corporazioni difendono i propri privilegi.


Questo luogo comune, questo moralismo, si è fatto strada anche tra di noi, e ci ha forse indotto a interiorizzare l’idea che fossimo noi “il problema”, noi i portatori di litigiosità. Personalmente penso e spero di essere un uomo senza troppe certezze, ma una cosa mi appare assolutamente chiara: sono certo, in coscienza, di non aver mai operato nessuno sconfinamento sulle questioni personali. Né ho mai raccontato altro che non risultasse, dai documenti e dall’esperienza fatta, vero. Ma rispetto al ruolo pubblico, svolto da chicchessia, e rispetto alle responsabilità politiche, io chiamo le cose con il loro nome, e le persone con il loro nome e cognome. Io non “divulgo la verità e la lotta”, come dice il giornalino di Rifondazione Comunista, ma rivendico, come dice don Luigi Ciotti, “il mio diritto alla rabbia”. In determinate situazioni, restare a guardare, essere neutrali, non significa favorire la “pace”, ma unicamente “rafforzare la forza del prepotente”.


Se noi raccogliamo poche simpatie perché ci esprimiamo con troppa chiarezza, c’è evidentemente della gente che voleva essere rappresentata in questo modo chiaro. Che voleva continuare a vederci sempre più chiaro. Che voleva continuare a sentirsi difesa e incoraggiata. Abbandonare questa strada ha consentito a Primavera Andreolese di triplicare il distacco. “Dire che la persona è al centro – ha scritto il Cardinale Tettamanzi nel suo ultimo discorso annuale per Sant’Ambrogio – “significa tornare a una riflessione sulle virtù civili necessarie per l’oggi e a una conseguente pedagogia: giustizia, solidarietà, amore alla verità, onestà, fedeltà, saggezza, vigilanza sulla parola. E su ciò che, essendone l’esatto contrario, non serve e va bandito: il protagonismo, il parlare a vanvera, l’infedeltà, la disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra le parole e i comportamenti… senza vani moralismi si deve ripartire da qui nell’educazione dei cittadini e in particolare nei comportamenti della classe politica…”

Il nostro paese vive una malattia cronica che non sappiamo se e quando potrà essere guarita. Quali siano le virtù civili da ricostruire non lo dico io, ma qualcuno più qualificato di me. Quanto sia importante il dialogo/incontro tra esperienze diverse, e quanto siano necessari la valorizzazione della «laicità» e il coraggio della verità, non lo dico io, ma analisti molto più qualificati di me. Per la maturità e per la fondatezza delle sue istanze e dei suoi metodi, per l’aderenza concreta del suo progetto alle esigenze vere di questo paese, sono convinto che Civitas sia l’idea politica più bella degli ultimi 50 anni a Sant’Andrea. Noi abbiamo realizzato il dialogo e la sintesi innanzitutto fra di noi, perché abbiamo iniziazioni e radici culturali molto diverse, e poi all’esterno, perché abbiamo sempre discusso a porte aperte. Non avevamo perciò bisogno di lezioni sul finto dialogo, inteso come mera ostensione dell’altra guancia. Certo Civitas deve decidere cosa vuol fare del suo futuro. Decidere se limitarsi a far concorrenza ai professionisti dell’intrattenimento nell’offrire circenses alla plebe, o tornare a muoversi come un soggetto politico vero, che non è tenuto a fare “passi indietro” rispetto al primo venuto. Ciascuno di noi ha un suo partito, come riferimento dalla Provincia in su, ma prendere la tessera di Civitas ha senso solo se a livello locale si è disposti ad abbandonare il gioco delle sigle, e si crede davvero che l’iniziativa civica sia l’unica strada e la sola priorità.

Concludo ringraziando tutti. A partire da Saverio, Enzo, Maurizio, Gerardo e a tutti quelli che, con Ciccio, hanno reso possibile un quadriennio e qualcosa che ha visto entrare aria fresca in stanze che sembrano irrimediabilmente ammuffite. E non mi riferisco a risultati finanziari o edilizi, ma al fatto che non hanno preso decisioni passando per “botteghe oscure”, non hanno perseguito obiettivi personali, e non hanno messo in atto ritorsioni. Da questo seme è nata Civitas, con Civitas è nato Parrasuni e tante altre esperienze, discussioni e manifestazioni importanti. Grazie poi a quelli che sono stati in due diversi direttivi assieme a me, e a tutti gli altri che, in vari modi, hanno partecipato a questa bella esperienza, che era giusto vivere e condividere. Da tutti io so di avere imparato qualcosa.

Chi è allergico a queste novità, a questi metodi, a questa trasparenza, a questi uomini, a questo modo di scambiare esperienze e amicizia, non deve far altro che assumere sufficienti dosi di un adeguato antistaminico.

Pasquale Cosentino