mercoledì 31 gennaio 2007

Alla luce del sole


Ecco un documento coperto da segreto, nel paese dei paladini della trasparenza:



Il documento, recuperato fortunosamente, è estremamente interessante, non tanto per i deliri che contiene (chiama "straordinaria vittoria elettorale" una partita giocata a porta vuota, fantastica su "radicamenti di forze" ed "elementi che contraddistinguono", blatera su presunti "tentativi destabilizzanti"... insomma tutto l'armamentario retorico classico dello stalinista di paese), quanto perché per la prima volta si parla, con linguaggio sorvegliato e prudente, di "insoddisfazione", "rallentamento", "programmazione da riconquistare", "necessità di maggiore impegno" ecc.

Ovviamente, trattandosi di tabù che contraddicono la propaganda ufficiale, su questa lettera è stato mantenuto un rigoroso segreto. Il Foglio di Militanza Comunista, uscito esattamente 6 giorni dopo, non ne fa alcun cenno, anche se l'analista attento può scorgere segnali di insofferenza, affidati a penne di "nuova generazione". Nella bacheca di Rifondazione, a cura dei soliti solerti esecutori, ne è stata pubblicata una versione addolcita e corretta.

Dell'incontro tra delegazioni e sindaco di cui si parla, mai fu dato sapere. Come abbiamo poi perso quei famosi "treni" (e tanti altri ancora), ciascuno lo può verificare da solo, su di sé. Una cosa è certa: la partecipazione, la democrazia, l'onestà intellettuale, la serietà della politica, sono un'altra cosa.  

mercoledì 22 novembre 2006

Ora et labora

martedì 3 maggio 2005

Penne di regime...


Potrà sembrare strano, un titolo così, riferito a Sant'Andrea Jonio. Parrebbe una di quelle questioni che si affrontano solo a "livello nazionale", "in generale", che riguardano quella politica nazionale così lontana e così poco "pericolosa", sulla quale la maggior parte degli andreolesi si sente autorizzata a chiacchierare senza correre rischi. Eppure l'espressione è presa dal celebre Foglio di Militanza Comunista, precisamente dal numero del 25 maggio 1997, pag. 3 (riquadro sotto), che, nell'occasione, blaterava di un famoso rimborso (sul quale avremo modo di tornare):


"[...] il Sindaco [...] si é affidato nelle domestiche mani di un solerte corrispondente [...]I nostri complimenti a Massimo Ranieri che con tale operazione si é guadagnato un posto d’onore nell’affollata schiera delle 'penne di regime'."

"A buon intenditor..." avrebbe poi scritto in uno storico articolo su "Il Domani" (22 giugno 2002) uno di questi gloriosi tribuni! Ma il giornalista in questione, di tanto generoso avvertimento non deve essersi curato. Ha continuato perciò per qualche anno a prendersi affettuosità varie ("onanismi" - venivano definiti i suoi articoli proprio dal FMC - "vangelo secondo Massimo", ecc.) e lettere di protesta e pressioni sul giornale. Tutte cose che alcuni ricordano benissimo, anche nel paese della memoria addomesticata. Finché la faccenda, dopo la presa del palazzo d'inverno, non ha avuto il suo vergognoso epilogo con una delibera che più sotto vedremo.
  
Qui non abbiamo Piazza del Popolo, e nemmeno un popolo, veramente. Perciò non possiamo organizzare manifestazioni per la libertà di stampa. Quello che possiamo fare, invece, è verificare se nel frattempo, dopo 10 anni di buongoverno illuminato, la schiera delle "penne di regime" è ancora una "affollata schiera" .

Ecco un esempio illuminante:


"A intervenire per primo nel dibattito - annota l'articolista Sara Dominijanni - è stato...Pino Commodari, il quale..." ecc. ecc. "A chiudere il dibattito - scrive più avanti -  è intervenuto il segretario...Sergio Genco..." 
La giornalista ci offre poi una sintesi delle dottissime prolusioni dei due illuminati, e riferisce che "la festa è proseguita con una grande spaghettata..." 

Chissà quanta ammirazione, mista a gelosia, avranno provato, nel leggere questo articolo, in tutti quei paesi del comprensorio dove si riesce a malapena a fare una cosa alla volta, dibattimento o spaghettata che sia! Peccato però che, in un paese reale, se un illustre oratore 'interviene per primo' e un altrettanto illustre oratore 'chiude' un 'dibattito' s'intende che in mezzo, tra i due, ci sia per l'appunto...un dibattito! Che invece c'è stato soltanto nella mente e nella frenesia celebrativa di chi ha scritto l'edificante resoconto, anche perchè "gli andreolesi riuniti fra divertimento e riflessione", in attesa degli spaghetti, erano più o meno quei dodici che riesce a inquadrare la foto. Dal che si deduce che una sciocchezza del genere assomiglia molto alla famosa barzelletta del corridore che si vantava di esser giunto al traguardo secondo omettendo di spiegare che era una corsa a due. E si potrebbe anche ridere, se non fosse che le barzellette sono, a Sant'Andrea, un bene estremamente inflazionato, e ci sia ormai veramente poco da ridere.

Ma eravamo partiti da un'altra storia. Che fine ha fatto poi il buon Massimo? Quello che scriveva "vangeli", praticava "onanismi", e "affollava le schiere"? Preso il palazzo d'inverno, i portatori del sol dell'avvenire non potevano che passare ai fatti:

Questo a lato è un riquadro dell'allucinante delibera 56/2002. Massimo, tra l'altro, si limitava nell'articolo in questione a riportare opinioni esposte (e firmate) in un volantino da altri. Per cui questa, al paese mio, si può chiamare in un solo modo: intimidazione. Ancor più grave perché non è l'unica, e perchè non si capisce chi ha pagato (e chi ha controllato) tutte le spese legali scaturite, in questo decennio, da delibere facili prodotte come scorciatoia per la propria lotta politica.

sabato 30 aprile 2005

Le elezioni del 2005


Il 20 settembre del 2004, dopo cinque anni di solitaria opposizione, con una lettera, Civitas lanciò un appello a tutte le forze che in teoria avrebbero dovuto voler porre fine alla stagione di malgoverno del nostro Comune, a cominciare dai partiti almeno nominalmente presenti sul territorio.

Ci furono, nelle settimane seguenti, diversi incontri, che non produssero alcun esito serio. I convenuti erano competamente immersi nelle solite vecchie logiche: dicevano una cosa in pubblico e ne decidevano un’altra in privato, straparlavano di “ruolo dei partiti” e di “recupero della chiesa locale”, e si mostrarono interessati quanto e forse più degli stessi amministratori in carica a cercare di mettere la museruola ai disturbatori di Civitas. Fu la dimostrazione che era vera una nostra intuizione fondamentale, cioè che a Sant’Andrea esiste un solo bipolarismo, e perfetto. Quello tra le persone libere e disinteressate da una parte, e i funzionari dello status quo dall’altra, gli strateghi della politica politicante.

Prendemmo atto, quasi subito, che non esisteva nessuna volontà di cambiamento della situazione reale.

Si andò così delineando, prima e dopo le nuove elezioni, quel quadro desolante che avrebbe portato alla quasi scomparsa di Civitas, vista l’inutilità del fare e del pensare in un paese senza futuro, in cui tutto è già stato detto una volta per sempre.

Senza più Civitas, ostinata a “mettere in discussione la gestione democratica e a turbare l’ordine pubblico” (sono parole di Pino Soriero, 27.09.2001), comparve una finta lista (non a caso chiamata "Pace per Sant'Andrea”) e una (altrettanto finta) chiamata “Ora et Labora”. Con quest’ultima la maggioranza si impegnerà, ogni tanto, in qualche finta schermaglia di poco conto e da copione, ottenendo il prezioso risultato di riuscire a simulare, agli occhi dei più, la presenza di un'opposizione capace di creare ostacoli e problemi nel percorso di un governo del paese del tutto arrogante e fallimentare di suo. Naturalmente, nonostante ciò che la propaganda riuscì ancora una volta a imporre come credenza, la realtà era ben diversa. L'opposizione smise di esistere, smise di informare, smise di avere un senso. Oggi sappiamo che “Ora et Labora” è stata l'invenzione più geniale di Primavera Andreolese. Guidata da uno dei tecnici di fiducia dell'amministrazione, irrompe sulla scena dal nulla, preoccupata almeno quanto gli amministratori di sbarrare la strada a Civitas, e costringe molti a votare direttamente per Primavera Andreolese piuttosto che per un suo surrogato. Fa resuscitare, e legittima, metodi e logiche che sembravano perduti nel passato o prerogativa dei maggiorenti in carica. Garantisce, dopo l’aventino di Civitas, una nuova, apparente, normalità istituzionale e, nello stesso tempo, rinuncia a ogni seria iniziativa di controllo e di informazione. La maggioranza ha le mani libere e la faccia salva. Il solo nome “Ora et Labora” dimostra l'abissale distanza dai concreti problemi del paese e rimanda a un moralismo bigotto, falso perché interessato, inconcludente. E come potrebbe, un gruppo con un nome del genere, contrastare una maggioranza clerical-socialista? Così, tornato il nostro reverendo ingegnere ai suoi incarichi di fiducia ed alle sue orazioni (laborat et orat), Giulio Calabretta si autoproclama “prima opposizione costruttiva della storia del paese”. In seguito Pietro Aloisio prende una posizione solitaria e autonoma (e ricomincia ad esser preso di mira), mentre, dopo la surroga dei primi quattro eletti, i consigli comunali si tengono attorno a un tavolo fra buoni amici e buoni sentimenti. Tutte le questioni davvero serie (bilanci, soldi, scelte fondamentali, programmazione, futuro) sono avvolte dal silenzio e dal buio. Alle elezioni del 2010 Carlo Renda, ex stratega "orante et laborante", sarà candidato direttamente con Primavera Andreolese. Il sistema è salvo. L’ordine regna a Varsavia.

I cinque documenti che seguono (due prime pagine di “Parrasuni” e tre relazioni del presidente all’assemblea di Civitas), tutti appartenenti a chi scrive, possono dare un’idea delle questioni sul tavolo in quei giorni.


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Assemblea di Civitas del 28 novembre 2004
relazione del presidente Pasquale Cosentino

[…] E’ giunto il momento di decidere cosa fare da grandi…l’assemblea deve giungere a una conclusione…Bisogna prendere una decisione importante per noi e per gli altri, ed è quindi il momento di tirare alcune somme: dobbiamo perciò parlare di noi e di quelli che sono (secondo gli altri) i tre “reati gravi” commessi da Civitas.

1. nascita di Civitas (i primi due reati)
Civitas è nata perché un gruppo di persone libere, di diversa provenienza, si sono opposte non a un deliberato popolare, ma a una congiura di palazzo, al fatto che una buona esperienza amministrativa dovesse finire perché non conveniva più vederla in vita a coloro che si credono i padroni di Sant’Andrea. Questo è nel nostro Statuto e nel nostro “certificato di nascita”. Se e quando sarà il momento, noi cambieremo il nostro “certificato di nascita” per nostra autonoma decisione, e non perché qualcuno adesso ci chiede di farlo per sue convenienze. Civitas (questo è il primo “peccato” o “reato grave”) si era già macchiata di lesa maestà organizzandosi in lista per contrastare ciò che non doveva essere contrastato, e per difendere ciò che non doveva essere difeso. Ma molti speravano che, come si usa da queste parti, dopo le elezioni, tutto sarebbe tornato a posto, e come prima. E qui Civitas ha commesso il suo “secondo reato”, sempre di lesa maestà: ha ritenuto di doversi organizzare, crescere, radicare nel territorio per continuare a dire l’indicibile e a pensare l’impensabile. Peccato che da queste parti l’indicibile e l’impensabile coincidano con l’alfabeto minimo della democrazia, della legalità, della partecipazione dal basso, della laicità, della trasparenza, della libera circolazione del pensiero, cioè con quelle acquisizioni che altrove sono pacifiche e che a Sant’Andrea, grazie all’azione ostinata e costante del gruppo politico attualmente al potere, con buona pace di ogni pretesa “vivacità culturale”, sono ancora eresia. Avendo toccato queste questioni, essendo andata al cuore dei problemi veri di questo paese, avendo testimoniato la necessità di una cultura della cittadinanza, contrapposta a una politica politicante decisa da pochi e riservata a pochi, ed essendosi in questo innestata nell’esperienza della precedente amministrazione (che ha rappresentato una cesura importante…chi parla di “omogeneità ventennale” di “ventennale predominio” dice una crassa stupidaggine) Civitas rappresenta l’idea politica più bella sorta a Sant’Andrea negli ultimi anni, un piccolo miracolo politico, sociale e culturale.

2. l’ultimo quinquennio e i partiti
Sulla base di ciò si è fatta, inevitabilmente (non ci può essere pace se non c’è giustizia e diritto. Il “buonismo” è già indigeribile in se stesso figuriamoci quando diventa un luogo comune, poco ragionato e molto interessato), legittimamente, opposizione per 5 anni… Tutti conosciamo la logica e la prassi costante di questa maggioranza. I grandi partiti dov’erano, mentre si faceva carne di porco di ogni principio di trasparenza, di equità e di democrazia? Dov’era l’intellighenzia che fa politica per “dovere morale” e per “mettere al centro l’uomo” mentre noi eravamo discriminati o diffamati? Dove sono ancora oggi di fronte alle strumentalizzazioni e alle menzogne? Dov’erano di fronte ai fatti gravissimi che noi abbiamo reso di pubblico dominio (ultimo l’autosospensione)? Ebbene: erano prudentemente e comodamente appartati nell’ombra, ben attenti a non disturbare i manovratori, intartufati per fare la solita politica furba degli addetti ai lavori, impegnati a far finta di dover capire se Civitas era un movimento o un partito, se era politico o culturale, di destra o di sinistra, con Ciccio o senza Ciccio. Erano nell’ombra, tanto surgelati dal timore delle ritorsioni della maggioranza quanto indispettiti dall’indipendenza di noi opposizione. E in quest’ombra qualcuno ha avuto incarichi, qualcun altro contributi, gli altri hanno vissuto in pace.

In questi ultimi cinque anni i partiti sono progressivamente spariti. Si sono imboscati come non avevano mai fatto. Perché con l’amministrazione precedente era finito anche il tempo in cui ci si poteva esporre senza rischi, in cui si poteva essere dipendenti comunali e segretari di un partito dell’opposizione, in cui si poteva essere architetto, lavorare e schierarsi contro il sindaco, essere ingegnere e andare al comune senza cartelle vuote sotto al braccio, il periodo in cui si poteva scrivere, volantinare, fare propaganda (anche menzognera), rifiutare tradizioni, manifestazioni e devozioni, presentare esposti, interpellanze, censure e quant’altro. In poche parole con l’amministrazione precedente è finito il tempo della politica […] Oggi c’è posto solo per il populismo dei feudatari che reggono il paese, lo controllano e l’asfissiano, e saremmo immersi completamente in una cortina di fumo, di paura e di silenzio, se non ci fossimo stati noi a resistere in qualche modo. E abbiamo resistito da soli.

3. il contatto
Ora, a 5/6 mesi dalle elezioni, i partiti, con mille cautele e mille sotterfugi e calcoli, sono tornati in gioco. Ma la politica non è un gioco. In virtù del fatto che siamo stati gli unici ad essere coraggiosamente presenti in tutto questo tempo sarebbe stato perfettamente legittimo per noi, nel cercare alleanze, rivendicare primogeniture e prerogative. Non lo abbiamo fatto. Abbiamo mandato una lettera, il 20 settembre scorso, a tutte le forze teoricamente potenzialmente interessate a cambiare le cose, a tornare alla democrazia. Quella lettera non conteneva nessuna pretesa e si limitava a lanciare un appello, precisando solo che il minimo comune denominatore per cominciare una discussione non poteva che essere un giudizio inequivocabile sull’attuale malgoverno del paese.


Trascorsi due mesi mi pare che siano emerse tutte le contraddizioni che la nostra impostazione e la nostra esperienza sono in grado di portare all’interno di un sistema di cattive abitudini così consolidato.
Cosa abbiamo ottenuto da questi contatti?: richieste di incontri segreti, chiacchiere su una presunta “crisi” dei partiti che sarebbe finita, ciance sui “personalismi”, il “predominio delle sinistre”, il “recupero” della chiesa locale (illusorio, dico io, e comunque è miserevole questa concezione della chiesa locale come soggetto politico tra gli altri), richieste di un cosiddetto “passo indietro”, sostanziale indifferenza delle posizioni, pregiudiziali, retorica stomachevole dello “sguardo in avanti”.

4. ciò che ci può distruggere
in questo abbraccio noi rischiamo di soffocare, e rischiamo di buttare a mare tutto ciò che abbiamo costruito, la sostanza della nostra esperienza:


-i sotterfugi, gli incontri nascosti, puzzano di muffa: puzzano della muffa del vecchio modo di intendere la politica, che ha rovinato questo nostro paese, e non hanno niente a che fare con noi;
-le decisioni prese da pochi in sede riservata puzzano di muffa…
-le trattative segrete, parallele a quelle ufficiali, puzzano di muffa…
-la mancanza di un qualsiasi scatto di fantasia e di progettualità originale nel leggere la realtà locale puzza di muffa…
-il nicodemismo avvilente puzza di muffa…
-il gioco delle parti politiche, come se fossimo al governo della nazione e non stessimo invece tentando di occuparci del nostro paesello, è ridicolo, puzza di muffa…
-l’assoluta mancanza di ogni volontà laica (il problema è solo accreditarsi verso i depositari di non si sa cosa) puzza di muffa…
-il rifiuto di dare un giudizio onesto e chiaro, come fanno tutte le persone adulte e mature, puzza di questa muffa…

Se accettiamo tutto questo vuol dire che finora abbiamo scherzato. E se è stato bello condividere questa esperienza con tutti voi, è stato anche troppo troppo faticoso per poterla adesso regalare in dote a chi è stato, finora, seduto dove si stava più comodi. Quando abbiamo scritto quella lettera volevamo fare un tentativo, senza troppe illusioni. Adesso che interessa più loro che noi non vorrei che le nostre illusioni fossero pericolosamente aumentate […]
Se avessero voluto cambiare le cose ci avrebbero affiancati prima. Avrebbero chiesto loro di parlare, tutti, prima di tutto, con noi. Se così non è stato è perché forse non hanno davvero interesse a proporsi come alternativa […] forse non c’è nessuna novità vera in campo, forse sono semplicemente interessati a un cambio di facce o di sigle.
Rimane comunque il problema della gente comune, che in questa analisi abbiamo trascurato quasi fossimo stati presi anche noi dal virus della vecchia politica.

5. il terzo “reato”
Dobbiamo però anche parlare del terzo reato commesso da Civitas, perché non farlo significherebbe non voler capire di cosa stiamo davvero discutendo. Il terzo reato ha un nome e un cognome: si chiama Ciccio Cosentino.
Ciccio Cosentino non ha avanzato finora nessuna pretesa, ma è come lo spettro del famoso manifesto…tutte le potenze della “vecchia Sant’Andrea” (preti, tecnici, costruttori, rappresentanti di se stessi…) sono ossessionate e alleate, da tempo, in una santa caccia spietata contro questo spettro. Bene: Ciccio Cosentino ha mille difetti, che nessuno conosce più di me, ma è stato un eccellente curatore delle pratiche amministrative, e un amministratore giusto. Fin dai tempi del famoso “lotto 19”. Io gli sono grato come cittadino e come figlio. Non accetto di trattarlo a pesci in faccia solo perché qualcuno potrebbe pensare che difendo un mio congiunto o perché questo può far piacere a qualche potere forte di casa nostra.
Se è diventato il nemico pubblico numero 1, io gli do la mia testimonianza e la mia solidarietà, per un fatto morale (il dovere di stare accanto a chi subisce un’ingiustizia non è prerogativa dei presunti “compagni”) e per un motivo politico (questi linciaggi sono la prova del degrado nel quale certi soggetti hanno precipitato il paese). Tutto questo non può non interessare chi dice di volersi occupare di politica locale. Se un candidato in pectore mi dice che queste cose “non gli interessano”, non è il mio candidato. Evidentemente i suoi interessi sono…ben altri e…ben noti! Altro che sguardo al futuro!

6. la proposta
Continuiamo a fare quello che abbiamo fatto e che facciamo in pulizia e meglio: vera informazione, vera cittadinanza, vera cultura. Facciamo crescere il sito e il giornale, apriamoli ai più diversi contributi, organizziamo convegni sulle questioni che davvero interessano questa comunità. Aspettiamo di veder crescere, incoraggiata dalla coerenza del nostro impegno, una generazione successiva.

[…] Non ci sono, a mio avviso, le condizioni per discutere con nessuno che non abbia il coraggio di dare un giudizio netto sugli ultimi anni; che non abbia il coraggio di dichiarare pubblicamente che rispetta il lavoro di Civitas e vuole condividerne lo sforzo per tentare di cambiare; io non vado a ratificare la candidatura e le condizioni di nessuno. Io non ho nessuna storia da rinnegare o da dimenticare.


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Assemblea di Civitas del 12 dicembre 2004
relazione del presidente Pasquale Cosentino

[…] In pochi giorni si può passare dall’avere qualche perplessità, e qualche dubbio, a nessun dubbio…ora io dico basta […]


Dopo la lettera del 20 settembre ci sono state le ambiguità che sapete: incontri segreti, richieste stravaganti di “azzeramento”, di “passo indietro”, ecc.
In un modo o nell’altro, dopo l’assemblea, siamo arrivati all’incontro di domenica scorsa in cui ancora hanno provato a parlare di “zoccolo duro”, di fine delle “dietrologie” (?) ecc. […] tuttavia quell’incontro si era concluso in modo positivo: ci siamo lasciati (aggiornandoci a mer 8) con questo accordo: pari dignità, rispetto della storia e dell’autonomia di tutti, intoccabilità di Parrasuni, programma e uomini da concordare dopo e insieme […]

Mer 8 tutto era cambiato: ora, se un venditore concorda col suo compratore uno sconto massimo del 30% e tre giorni dopo il compratore chiede il 50 o addirittura il 70%, l’affare non si può fare. Il compratore non è persona seria […]
La sera dell’8 eravamo tornati indietro su tutto (doppio inganno: continuiamo a trattare con un interlocutore che gioca con due mazzi): hanno cominciato col chiederci di bloccare una nostra possibile risposta al volantino del 7 dicembre; hanno proseguito permettendosi di rimettere in discussione l’autonomia di Parrasuni; continuano a chiedere “passi indietro” e non dicono di chi; sostengono che gli amministratori attuali in fondo non sono male: siamo noi che “non li abbiamo capiti”! Ed allora ecco che i conti non tornano: […] ora capisco perché al congresso UDC si è parlato di tutto fuorché della situazione politica locale! E’ normale in un congresso cittadino? Può accadere altrove oltre che in questo paese di talpe e di tartufi? Verso la fine della riunione hanno gettato la maschera: il capolista, è stata l’incredibile affermazione, deve “necessariamente” venire dai partiti. E non saprei dire se è più sciocca e grottesca tutta l’affermazione, il modo in cui è stata fatta, o la circostanza che fosse condita da quel “necessariamente” […]

Ora io dico basta […] molta di questa gente li ha già votati […] non hanno mai condiviso il nostro modello, hanno allergie inguaribili rispetto a qualcuno di noi; alcuni non riescono neppure a mettere piede nella nostra sede […] da dove sono arrivati adesso? […]
Ditemi dove sono, nella loro impostazione, con questi tabù e queste abitudini, i cittadini di Sant’Andrea (e i cittadini ci sono, sarebbe un errore non crederlo…arrivano tante e-mail di giovani che ci incoraggiano ad andare avanti, che timidamente si accostano perché finora nessuno ha insegnato loro a partecipare, ad essere presi in considerazione), […] se quelli che dovevano essere i nostri alleati sono convinti di poter fare la politica chiusi nelle macchine, se sono convinti che Parrasuni come strumento debba andare in soffitta (che è esattamente la speranza dell’attuale sindaco) qual è la differenza con i nostri avversari?
Il 95 rompemmo subito con un partito perché poneva una pregiudiziale. Forse alcuni protagonisti di quella faccenda lo hanno dimenticato. Io condivido quel metodo…sono invece ormai anni che aleggiano pregiudiziali che ci hanno suggestionato e condizionato. Ho partecipato a 6 incontri, credo di aver fatto più del mio dovere. Adesso basta. Pronuncio un no personale certo, che spero sia anche un no comune.

[Nota: dopo questa assemblea, con decisione unanime, Civitas ha ritirato la sua disponibilità a proseguire con ogni ulteriore “consultazione”]



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La chiarezza vale oro
(Da Parrasuni n. 10 del 10 gennaio 2005)

Quando abbiamo inventato Civitas, volevamo dire basta a una politica riservata agli “addetti ai lavori”, fatta di strategie e trame tessute di nascosto, e presentata ai cittadini solo all’ultimo minuto, come piattino pronto da digerire per forza. Abbiamo scritto in questi anni, firmato, parlato con chiarezza, preso le nostre decisioni discutendo in modo ampio e a porte aperte. Oggi, a meno di tre mesi dalle nuove elezioni, è più che mai necessario usare parole di chiarezza, se non altro per mettere fuorigioco troppi “ho saputo”, “mi hanno detto”, “pare che”, dai quali è e sarà importante liberare il nostro paese, prima che da ogni altra cosa.

Il 20 settembre scorso Civitas ha lanciato un appello a tutte le forze potenzialmente intenzionate a porre fine all’attuale malgoverno del nostro Comune, a cominciare dai partiti almeno nominalmente presenti sul territorio, sia di centrodestra (AN, UDC, Nuovo PSI), che di centrosinistra (Margherita).

Si sono avuti, nelle settimane seguenti, diversi incontri di cui gli ultimi due (5 e 8 dicembre) non solo tra legali rappresentanti ma con delegazioni ufficiali complete.

Nonostante alcune apprezzate disponibilità individuali, tali incontri non hanno avuto nel complesso, secondo noi, esito soddisfacente, ed abbiamo dovuto prendere atto che non esiste ancora una reale disposizione al cambiamento, non solo nei nomi, ma nella sostanza, della situazione attuale.

Se tanti che oggi dicono di voler liberare il paese da una cattiva amministrazione, avessero trovato il tempo, il modo e il coraggio, nell’ultimo quinquennio, di dire almeno una parola, le nostre argomentazioni avrebbero avuto più forza e più efficacia. Invece noi siamo stati i soli a fare opposizione (cioè a rappresentare le ragioni di una Sant’Andrea pulita e trasparente), e tuttavia volevamo superare questo dato, e ci siamo presentati agli incontri senza nomi e senza pretese. Ma la nostra autonomia - passata, presente e futura - la pari dignità e l’identità con cui si può discutere con tutti, non sono patrimonio che si può mettere sul tavolo di una trattativa. Noi non abbiamo storie da “azzerare”, generici passi indietro da compiere (rispetto a chi e per quale ragione?) o paci ingiuste da firmare. Abbiamo condotto una battaglia (politica) giusta, contro la protervia, la demagogia e l’inganno. E bisogna essere ciechi (o avere interesse ad esser ciechi) per non aver visto e non vedere. I partiti in questi anni difficili sono rimasti comodamente in silenzio e nell’ombra. Hanno abdicato al proprio ruolo, anche a quello bene o male sempre esercitato, dimostrando un’incapacità - o una non volontà - di giudizio su fatti che invece non si prestano a nessuna disquisizione salottiera. In questo silenzio e in quest’ombra chi non ha ricevuto incarichi, benevolenza o contributi, quantomeno ha vissuto in pace. E proprio questo silenzio e quest’ombra sono la migliore prova che la descrizione che noi facciamo delle condizioni del nostro paese è drammaticamente realistica.

In un contesto fatto di troppi incontri ufficiosi, paralleli a quelli ufficiali, Civitas ha dunque rifiutato un gioco condotto con più mazzi e su più tavoli. Perciò ha deciso, con deliberazione unanime dell’assemblea degli iscritti del 12 dicembre scorso, di ritirare la propria delegazione da ogni consultazione in corso. Tocca adesso ad altri, dopo tanta vacanza, andare avanti, dimostrare una reale volontà di cambiamento, far piazza pulita, con determinazione, di troppi tabù. Civitas deciderà liberamente (e solo con i suoi organi e nelle sue sedi statutarie e ufficiali, con esclusione - sia chiaro - di ogni altra chiacchiera e/o giurisdizione) se presentare o no una propria lista, o se ci sono le condizioni per votarne un’altra, davvero attrezzata, nei progetti, nei metodi, negli uomini, e nello stile, per prendere il posto degli attuali reggitori del nostro Comune.

Rimangono in piedi tutte le questioni importanti da noi, e da noi soltanto, finora sollevate. Prima fra tutte quella di un nuovo modello di cittadinanza, la fine di certe assurde paure che non si superano certo con gli auguri pop-rock inviati dal sindaco. E’ urgente un orizzonte meno demagogico per la convivenza civile, la fine di una politica che continua ad essere indirizzata dall’esterno e dall’alto, da quei poteri forti locali, quelle lobby di paese (preti, tecnici, imprenditori, priori, presidenti, segretari, addetti vari) che pretendono da sempre un paese conforme alle loro aspettative, che detestano il nuovo proprio mentre parlano di sviluppo, di cultura, di pace e di avvenire. Servono persone in grado di chiamare queste cose con il loro nome, interpellando la gente comune, non strateghi e strategie. Servono persone trasparenti che sappiano anche guardare con rispetto a quanto di buono questo gruppo, che si è ritrovato in Civitas, ha fatto, non solo negli ultimi 5 anni, ma dal 95 ad oggi. Lavoro da riconoscere e far proprio per poterlo proseguire, migliorare, aggiornare e proiettare nel futuro. Senza questo atto di onestà e di coraggio, per noi si tratterebbe solo di voler sostituire Erode con Pilato. E non ha senso. Non si noterebbe la differenza.

Pasquale Cosentino


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Finto commissario, vero podestà
(da Parrasuni n.11 del 31 marzo 2005)

Nella considerazione dell’attuale maggioranza, gli andreolesi sono un popolo di creduloni, incapaci di intendere e di reagire. Se così non fosse, non si sarebbe arrivati a un’estrema esibizione di disprezzo per l’intelligenza della gente, come la presentazione di una lista fantoccio. Ma la pretesa di una sovranità baronale (realmente praticata) in contrapposizione a quella popolare (solo proclamata) non è cosa nuova per questo gruppo politico. L’abbiamo già ampiamente saggiata, tanto per fare degli esempi, con la celebre supersurroga del 1998 (mentre chi fu esautorato allora oggi è tornato ad essere un buon candidato), o con i consigli comunali burla (a cominciare da quelli ribaltati a piacimento 48 ore dopo), oppure ancora con le finte assemblee convocate per “discutere” cose già decise, o con le tante promesse mai risolte in un fatto. Nelle stesse parole di una candidata di oggi, stampate su Elpis ad agosto 2003, rintracciamo la cifra di questa condizione e di questa mentalità: “io non voglio e non so fare politica. A noi cittadini non interessa fare politica: abbiamo già delegato”.

Sarebbe troppo facile ricordare che cosa i più austeri compagni dicevano delle “liste civetta”. Adesso che serve ai loro scopi, una lista civetta è addirittura “atto di responsabilità”. La solita velina narra della presunta necessità di evitare un commissario. Ma tutti sanno che ben altri commissari sono arrivati a Sant’Andrea, grazie sempre e solo a loro. Questa volta il commissario sarebbe eventualmente venuto a gestire nuove elezioni, come è successo a Badolato, e avrebbe quantomeno assicurato un clima meno saturo di condizionamenti e di pressioni.

E’ scattata, infatti, ormai da settimane, la ben nota asfissiante tagliola. Mentre vengono elargiti, “in perfetto stile democristiano”, i graziosi regalini dell’ultim’ora, i satrapi di Primavera Andreolese presidiano le piazze, praticano un estenuante porta a porta, ripassano i propri confusi elenchi e ripetono la loro triste conta, cercando conferme e certezze che non hanno. Chiedono rinunce ai candidati degli altri. Cercano di far paura. Agitano spauracchi e bugie. E in tutto questo sono in campo, al massimo sforzo, con i pezzi più grossi, i pretoriani migliori, la crema, che non può permettersi di veder sfumare vantaggi e prerogative. E viene fuori, perché qualcuno si decide finalmente a raccontare, che anche la volta scorsa si sono mossi così. Noi ci auguriamo che chi è oggetto di queste pressioni sappia finalmente alzare la testa, seguire l’esempio di chi ha smesso di aver paura e reagire da persona libera, con gli strumenti della parola e del voto. E’ la gente comune, in definitiva, che deve dimostrare di non voler essere più presa in giro. I destini di una comunità sono nelle mani dei suoi cittadini, e non in quelle di chi si sente depositario di chissà cosa.

Resta il fatto che Primavera Andreolese chiude in bruttezza, in linea con i suoi esordi e con la sua pratica costante.Un’amministrazione uscente che ha paura di presentarsi da sola, perché teme che nemmeno la metà degli aventi diritto si recherà a votare, riconosce di essere stata fallimentare. Resta il fatto che hanno cercato di nuovo di sottrarsi a un giudizio, e pretendono di essere creduti, come sempre, per diritto divino.


Queste pretese, queste necessità, rappresentano il più grande riconoscimento al lavoro e alle argomentazioni di Civitas. E non è il solo. Tutto in questi anni (ultime settimane comprese) dimostra quanto fosse genuina la nostra intuizione iniziale. In paese bisogna far politica senza l’inganno delle sigle. La grande “politica” dei “partiti”, nei piccoli centri, si rivela sempre più, a destra e a sinistra, tra la finta destra e la finta sinistra, una burla e una frode. Quella del movimento civico e laico rimane l’unica via percorribile per recuperare dignità e democrazia. Civitas rimane l’idea politica più bella dell’ultimo decennio, un laboratorio di coraggio e di trasparenza. Chi si tiene lontano da noi per paura dei nostri uomini e dei nostri metodi, chi non digerisce Parrasuni, si assume la responsabilità di stare dalla parte di chi desidera che Sant’Andrea rimanga nel medioevo.


I nostri iscritti non riceveranno ordini di scuderia, perché non siamo una scuderia, dove risiedono asini e cavalli, ma un gruppo di persone libere. Certo nessuno può impedirci di pensare che dopo il famoso spostamento del Busto, verso il museo delle memorie, ci potrebbe essere uno spostamento di bellimbusti. Verso il museo dell’oblio.

Allegato: il mistero della capacità di giudizio scomparsa
Che il bollettino di militanza di un partito virtuale, riesumato dopo sette anni, giusto in tempo per seminare fumo elettorale, e i sostenitori di una maggioranza con la coscienza così a posto da aver bisogno di esorcizzare il fantasma del quorum con un trucchetto da scrivania, accusino noi di voler sfuggire al “giudizio degli elettori”, può sembrare solo un paradosso. Ma c’è di più. La disponibilità a queste contraddizioni, e a queste allucinazioni, è requisito indispensabile per essere rifondatore del comunismo qui a Sant’Andrea.
Se Mario Monteverdi, oltre a bere la pozione magica, si fosse anche voluto informare, se avesse assistito a qualche Consiglio comunale, per esempio, o si fosse procurato la collezione completa del vecchio Foglio di Militanza, o qualcuno dei volantini di Primavera Andreolese, si sarebbe accorto di chi ha sempre guidato i carri armati, e avrebbe avuto la possibilità di dare un giudizio più equo. Ma, entrato nella cerchia dei giusti, egli non ha, ovviamente, alcun bisogno di informarsi: fa parte di coloro che “divulgano la verità e la lotta…” (testuale da pag. 2 del nuovo Foglio di Militanza Comunista).
Rimarrebbe da capire perché, in questo momento, hanno avuto bisogno di stuzzicare proprio noi: hanno solo paura di perdere le elezioni, o hanno paura, in assenza del nemico storico, di non essere credibili e interessanti, mentre parlano del Chiapas e della Mesopotamia ad anziani e maleoccupati andreolesi che non hanno più abbastanza soldi per pagare a fine mese le bollette?
Cosa bisogna aspettarsi in futuro (nient’affatto garantito...per nessuno) da Civitas? Semplicissimo. Resteremo al nostro posto. E continueremo a tenere gli occhi aperti, e a raccontare quello che, secondo certe logiche, non dovrebbe essere raccontato. Continueremo a parlare, in modo chiaro e diretto, di politica locale, senza sottintesi. Naturalmente, cosa dire, come dirlo, quando dirlo, lo decidiamo noi. Con buona pace di Monteverdi e compagni, e di ogni altra forma di moralismo nostrano, un po’ interessato e bigotto, ma sempre più di moda.

Pasquale Cosentino




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Assemblea di Civitas del 17 aprile 2005
relazione del presidente Pasquale Cosentino

Ho presentato, come vuole lo Statuto, al Direttivo le mie dimissioni dalla carica di Presidente e da membro del direttivo stesso, ma ho voluto inserirle nell’odg di questa assemblea perché mi sembrava giusto comunque comunicarle a tutti. Tecnicamente oggi non siamo qui per eleggere il nuovo presidente ma solo per raccogliere qualche eventuale nuova disponibilità di ingresso nel direttivo (art.15) che poi eleggerà al suo interno (art. 20) il presidente.

Le mie dimissioni erano già annunciate per subito dopo le elezioni, e non dipendono, ovviamente, dall’esito delle elezioni stesse. Ragionando con me stesso, ho ritenuto di dover prendere atto di tre cose:

1. Innanzitutto che l’enorme lavoro d’informazione nel quale ho creduto fortissimamente, e nel quale mi sono impegnato, serve ancora a poco. La maggior parte degli andreolesi preferiscono sapere, dell’attualità che li riguarda e dell’attività amministrativa, ciò che racconta in piazza, tra il serio e il faceto, la propaganda ufficiale, e si accontentano di una verità che non è quella dei fatti. Più in generale i luoghi comuni, e le menzogne create ad arte, a Sant’Andrea hanno più forza di una verità documentata. Questo ovviamente non significa che il lavoro fatto sia stato inutile o che non meriti di essere continuato. Se anche una sola persona avesse alzato la testa e preso coscienza, allora valeva la pena di spendere le energie che si sono spese. In ogni caso abbiamo consegnato alla piccola storia di questo paese un mare di documentazione su fatti che un certo gruppo politico avrebbe tramandato, come sempre ha fatto, a modo suo. Io spero che questo lavoro vada avanti. Non diventando più buonista, ma più efficace.

2. In secondo luogo, non mi posso nascondere che con la mia presidenza c’è stata una notevole emorragia di iscritti, come dimostra il bilancio che abbiamo appena approvato. Può darsi che con l’approssimarsi delle elezioni gli “stregoni professionisti” (uso una loro espressione) abbiano intensificato la loro predicazione porta a porta, cercando ulteriori proseliti proprio tra gli avversari. Ma se questa emorragia dipende da me, come qualcuno dice in giro, allora sono contento di lasciare libera l’associazione, e di lasciare libero me stesso, naturalmente, perché non ho nessuna intenzione, finché vivrò a Sant’Andrea, di firmare con il mio personale silenzio nessuna pace ingiusta. Io continuerò a parlare, a scrivere e a comportarmi da uomo libero. In ogni caso, la delusione per l’ostentata (e ingiustificata) improvvisa e recente presa di distanza di alcuni amici della prima ora, o di tanta gente che è stata con noi finché si è trattato di mangiare o di festeggiare, o finché di noi ha avuto bisogno, è grande.


3. Terzo, io rimprovero a me stesso l’andamento delle cosiddette “consultazioni”. Se potessi tornare a quel fatidico 20 settembre, che è la data in cui abbiamo mandato a dei partiti che virtuali erano, e virtuali si son dimostrati ancor di più oggi, la famosa lettera che li invitava a far parte di una specie di comitato di liberazione locale, se potessi tornare a quel 20 settembre in cui abbiamo operato una generosa apertura assolutamente mal ricambiata (appena avrò un po’ di tempo voglio mettere su carta la “cronologia” di queste consultazioni, la successione impressionante di errori inspiegabili, per non dire altro) oggi mi muoverei, e in prima persona, in tutt’altro modo. Oggi farei le consultazioni come si fanno di norma. Le farei verificando le nostre disponibilità, come le uniche disponibilità qualificate e reali, e non quelle di chi non poteva presentare nessuna credenziale e nessun curriculum. Allo stesso modo sarei molto più rigido rispetto a ogni sfilacciatura della nostra associazione e rispetto alle spinte centrifughe di chi, al pari dei funzionari dei partiti virtuali, aveva finito per condividere l’idea che dopo aver fatto da soli 5 anni di opposizione dovessimo necessariamente “fare un passo indietro” rispetto non si sa bene a chi.

Queste tre cose sono la mia sconfitta, o la mia parte di sconfitta. Detto questo però, fatta questa assunzione di responsabilità, è evidente che le elezioni non le ho perse io, e non le ha perse Civitas. Al contrario, chi le ha perse le ha cominciate a perdere proprio prendendo le distanze da Civitas, dai suoi uomini migliori, dal suo organo di informazione che rappresenta uno squarcio di novità nel grigiore di questi anni andreolesi senza paragoni, e soprattutto rifiutandosi di recepire la sostanza delle questioni concrete che abbiamo coraggiosamente sollevato. Le ha perse perciò chi avrebbe dovuto, pur con tutte le allergie, riflettere sul senso profondo della nostra esperienza. Le ha perse chi ha iniziato un tentativo alla “vecchia maniera”, con due o tre persone che decidono cosa è bene per tutti (e quando due o tre persone vogliono decidere cosa è bene finisce sempre male), le hanno perse i partiti di destra (la cui bacheca serve di solito per fare pubblicità a una marca di pane) e di sinistra (che non trovano di meglio, in un paese così mortificato, che esultare per il loro secondo o terzo posto in classifica). Le ha perse un tentativo che fin dal nome, “ora et labora”, si è dimostrato incapace di qualunque analisi seria del nostro contesto specifico, e incline a un moralismo francamente stomachevole, ad uno pseudopacifismo salottiero, che andava incontro alla richiesta più ipocrita e pressante dei nostri avversari (con le loro bandiere, marce, cartelli, e persino il nome della lista civetta) e che è diventato (al pari del “vino bello e fino”) un luogo comune interessato all’ombra del quale, nella quiete e nel silenzio, determinate corporazioni difendono i propri privilegi.


Questo luogo comune, questo moralismo, si è fatto strada anche tra di noi, e ci ha forse indotto a interiorizzare l’idea che fossimo noi “il problema”, noi i portatori di litigiosità. Personalmente penso e spero di essere un uomo senza troppe certezze, ma una cosa mi appare assolutamente chiara: sono certo, in coscienza, di non aver mai operato nessuno sconfinamento sulle questioni personali. Né ho mai raccontato altro che non risultasse, dai documenti e dall’esperienza fatta, vero. Ma rispetto al ruolo pubblico, svolto da chicchessia, e rispetto alle responsabilità politiche, io chiamo le cose con il loro nome, e le persone con il loro nome e cognome. Io non “divulgo la verità e la lotta”, come dice il giornalino di Rifondazione Comunista, ma rivendico, come dice don Luigi Ciotti, “il mio diritto alla rabbia”. In determinate situazioni, restare a guardare, essere neutrali, non significa favorire la “pace”, ma unicamente “rafforzare la forza del prepotente”.


Se noi raccogliamo poche simpatie perché ci esprimiamo con troppa chiarezza, c’è evidentemente della gente che voleva essere rappresentata in questo modo chiaro. Che voleva continuare a vederci sempre più chiaro. Che voleva continuare a sentirsi difesa e incoraggiata. Abbandonare questa strada ha consentito a Primavera Andreolese di triplicare il distacco. “Dire che la persona è al centro – ha scritto il Cardinale Tettamanzi nel suo ultimo discorso annuale per Sant’Ambrogio – “significa tornare a una riflessione sulle virtù civili necessarie per l’oggi e a una conseguente pedagogia: giustizia, solidarietà, amore alla verità, onestà, fedeltà, saggezza, vigilanza sulla parola. E su ciò che, essendone l’esatto contrario, non serve e va bandito: il protagonismo, il parlare a vanvera, l’infedeltà, la disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra le parole e i comportamenti… senza vani moralismi si deve ripartire da qui nell’educazione dei cittadini e in particolare nei comportamenti della classe politica…”

Il nostro paese vive una malattia cronica che non sappiamo se e quando potrà essere guarita. Quali siano le virtù civili da ricostruire non lo dico io, ma qualcuno più qualificato di me. Quanto sia importante il dialogo/incontro tra esperienze diverse, e quanto siano necessari la valorizzazione della «laicità» e il coraggio della verità, non lo dico io, ma analisti molto più qualificati di me. Per la maturità e per la fondatezza delle sue istanze e dei suoi metodi, per l’aderenza concreta del suo progetto alle esigenze vere di questo paese, sono convinto che Civitas sia l’idea politica più bella degli ultimi 50 anni a Sant’Andrea. Noi abbiamo realizzato il dialogo e la sintesi innanzitutto fra di noi, perché abbiamo iniziazioni e radici culturali molto diverse, e poi all’esterno, perché abbiamo sempre discusso a porte aperte. Non avevamo perciò bisogno di lezioni sul finto dialogo, inteso come mera ostensione dell’altra guancia. Certo Civitas deve decidere cosa vuol fare del suo futuro. Decidere se limitarsi a far concorrenza ai professionisti dell’intrattenimento nell’offrire circenses alla plebe, o tornare a muoversi come un soggetto politico vero, che non è tenuto a fare “passi indietro” rispetto al primo venuto. Ciascuno di noi ha un suo partito, come riferimento dalla Provincia in su, ma prendere la tessera di Civitas ha senso solo se a livello locale si è disposti ad abbandonare il gioco delle sigle, e si crede davvero che l’iniziativa civica sia l’unica strada e la sola priorità.

Concludo ringraziando tutti. A partire da Saverio, Enzo, Maurizio, Gerardo e a tutti quelli che, con Ciccio, hanno reso possibile un quadriennio e qualcosa che ha visto entrare aria fresca in stanze che sembrano irrimediabilmente ammuffite. E non mi riferisco a risultati finanziari o edilizi, ma al fatto che non hanno preso decisioni passando per “botteghe oscure”, non hanno perseguito obiettivi personali, e non hanno messo in atto ritorsioni. Da questo seme è nata Civitas, con Civitas è nato Parrasuni e tante altre esperienze, discussioni e manifestazioni importanti. Grazie poi a quelli che sono stati in due diversi direttivi assieme a me, e a tutti gli altri che, in vari modi, hanno partecipato a questa bella esperienza, che era giusto vivere e condividere. Da tutti io so di avere imparato qualcosa.

Chi è allergico a queste novità, a questi metodi, a questa trasparenza, a questi uomini, a questo modo di scambiare esperienze e amicizia, non deve far altro che assumere sufficienti dosi di un adeguato antistaminico.

Pasquale Cosentino

venerdì 31 dicembre 2004

Seconde (e libere) "convocazioni"


Ad aprile 2002, il Presidente dei “Pignatari” Frustagli, avendo aderito ad un “comitato per la ricostruzione della pineta, pronto a...tutte le iniziative necessarie a smuovere questo incomprensibile silenzio da parte di coloro i quali avrebbero dovuto prima di altri, promuovere una campagna di sensibilizzazione e di impegno che coinvolgesse tutte le Istituzioni, Locali, Regionali e Nazionali”, organizzava un incontro con invito rivolto “in primo luogo ai cittadini e a quanti hanno responsabilità politiche e di governo”.
Il riferimento critico all’inerzia dell’amministrazione comunale era chiarissimo, e reso più esplicito dalla frase: “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto!"
L'invito era datato 9 aprile, e l’incontro doveva tenersi in Pineta (a Villa Anna), domenica 21 aprile. Così veniva più volte annunciato da TeleJonio e riportato da alcuni organi di stampa.
Ma, a 24 ore dall’avvenimento, lo stesso presidente dei Pignatari distribuiva un secondo invito, a nome di un “Comitato provvisorio per la ricostruzione della pineta”, con il quale rinviava l’incontro al 28 aprile. Questa volta da tenersi nella Casa Comunale (e non più a Villa Anna), sotto il patrocinio dell’amministrazione (e non più dei “Pignatari”). 

Perché? Presto detto. Ufficialmente, per “sopravvenuti improrogabili impegni” del Presidente dei “Pignatari”, ma più semplicemente perché Maometto si era ovviamente incazzato, e si era deciso ad andare alla montagna...e con Maometto, si sa, non si scherza!

La verità dei fatti salta fuori dal confronto del tenore dei due inviti. Il primo, che accusa d’inerzia l’amministrazione comunale per i due anni passati senza risultati. Il secondo, che tenta di assolvere il Comune, per prendersela con gli organismi regionali o comunque, con altri.

L’amministrazione comunale precedente, che pure era agli sgoccioli del suo mandato, aveva incontrato più volte l’assessore regionale alla forestazione, fino a promuovere alla sua presenza, assieme alla Comunità Montana, un convegno sull’argomento in virtù del quale otteneva un finanziamento di 331 milioni delle vecchie lire (delibera G.R. n 3758 del 29 dicembre 1999). Aveva poi avviato le gare d’appalto relative alla vendita per 60 milioni di un bosco (falde dell’inferno) e per 15 milioni delle piante bruciate in pineta, i cui proventi avrebbe voluto impiegare proprio per avviare la ricostruzione della pineta stessa.
Questi programmi furono poi stravolti dalla nuova maggioranza, che decise di destinare questi soldi, provenienti da un bosco, a spese che con il bosco proprio nulla avevano a che fare (come il concerto di Radioitalia, per esempio).
Eppure, dopo altri due anni di assoluta inerzia e indifferenza, una volta risollevato il problema pineta, Primavera Andreolese pensò di togliersi dall'imbarazzo imponendo al presidente dei "Pignatari" questa retromarcia e un nuovo convegno che si risolse, come già avvenuto in altre occasioni, nella solita passerella di politicanti capaci di dare il "tono giusto" alla manifestazione.
Domenico Frustagli, dirà finalmente la verità con un'intervista a "Il Domani" del 31 dicembre 2004: “il sindaco ha sentito la necessità di farmi convocare d’urgenza in sezione, per intimarmi a scegliere se voglio continuare a fare il presidente dei Pignatari o fare politica, come se i Pignatari fossero di sua proprietà…”.

Tariffe, tasse e contributi: un raffronto








martedì 26 ottobre 2004

Un pozzo profondo, ma pieno di fandonie


Quella del “pozzo” in Marina è stata la più penosa delle tante speculazioni di Primavera Andreolese. Penosa perché portata avanti per tutto il decennio, cambiando ripetutamente le carte in tavola, e perché, come vedremo, pur contraddetti dalle evidenze, hanno sempre continuato a mentire, ben sapendo di mentire.

L’amministrazione Cosentino, com’è noto, aveva lasciato in eredità un’opera (pozzo e condotta di avvicinamento, impresa Spinzo) costata 150 milioni di fondi di bilancio. Non fu trovata la quantità d’acqua sperata. Il sindaco dell’epoca fu accusato di aver fatto scavare in un punto diverso da quello indicato dal geologo. “E così – dichiarò il vicesindaco Stillo al “Quotidiano” del 29 agosto 2000 (dichiarazione che si accompagnava all'abituale autoincensamento per il presunto "ricco programma di manifestazioni estive che ha registrato il pienone") – l’amministrazione si vedrà costretta ad usare i 600 milioni d’avanzo nel conto consuntivo 1999, per realizzare il pozzo nel sito iniziale”.

Pochi mesi dopo (Consiglio comunale del 28 dicembre 2000, e pubblica assemblea del 31 gennaio 2001) il sindaco in persona raddoppiava: i nuovi pozzi promessi diventavano addirittura due. Veniva conferito incarico all’ing. Nino Stefanucci, a marzo 2001.

Intanto l’amministrazione decideva l’allaccio (dopo una prima analisi dell’acqua, per loro stessa ammissione, “sommaria”) al pozzo agricolo di un privato, in località Crapezzone. ”Esisteva già - affermerà il sindaco — non l’abbiamo inventato noi. Però noi abbiamo deciso di sfruttarlo”. Naturalmente nemmeno la condotta idrica, e la rete elettrica utilizzate, avevano inventato loro. Anche quelle esistevano già, e facevano parte, assieme ai soldi rimasti e utilizzati per allungare l’allaccio fino a Crapezzone, del famoso lavoro di 150 milioni dell’amministrazione precedente, che si rivelava quindi, a ben guardare, indispensabile, nella sua parte più importante. Non a caso, il 24 febbraio del 2002, oggetto delle lagnanze del sindaco, in assemblea pubblica, non era più il luogo scelto per scavare il vecchio pozzo, ma le dimensioni della condotta realizzata dal suo predecessore, capace di portare “solo” 12 litri al secondo. “Presto avremo un pozzo – annunciava con solennità – capace di fornire 30 litri al secondo d’acqua potabile, che ci permetterà di affrancarci dalla fornitura della Regione”.

Con la certezza di tale affrancazione, tutti si rilassano per circa due anni e mezzo, eccezion fatta per i guerriglieri di Civitas che continuano a “turbare l’ordine pubblico” pronunciandosi su queste (e su tante altre) promesse da marinaio.

Il 27 settembre 2004, tre anni e mezzo dopo l’assegnazione, viene revocato all’ing. Stefanucci l’incarico per la realizzazione dei 2 pozzi. Motivazione: “non ha ottemperato agli adempimenti affidatigli”, e, nel frattempo, l’amministrazione si è allacciata a Crapezzone, “i cui lavori – ammette finalmente questa delibera - necessari a tale utilizzazione sono stati eseguiti e spesati...” dalla precedente amministrazione! Vediamo tutto il documento:


Fine della storia? Non proprio. Come abbiamo visto sopra, dopo la revoca, con i soldi risparmiati, l’amministrazione si decide per una nuova opera, “idrica e fognaria”. Chi sarà, dopo un mese, il professionista incaricato per un nuovo progetto da realizzare per via della mancata “ottemperanza agli adempimenti” di un altro? Delibera 93 del 26/10/2004: il professionista è sempre lui, l’ing. Stefanucci Nino, “tecnico di fiducia di quest’amministrazione”. Un “tecnico di fiducia” non si butta via solo perché, per una volta, non ha ottemperato alle ottemperanze! Leggere (o stampare) per credere:


Questa la cronologia, e le carte. A ciascuno il suo (libero) giudizio. Ai posteri la (non ardua) sentenza!


mercoledì 19 maggio 2004

Partecipazione? Due esempi...


1° esempio 
Con enfasi littoria, il sindaco, e il capogruppo Commodari, annunciano che il bilancio preventivo 2002, "per garantire la partecipazione", sarebbe stato redatto "in piazza", "con la gente". La parola d'ordine è una, e una sola: partecipare!
A tale scopo viene indetta un'assemblea popolare, nella Delegazione in Marina, il 24 febbraio 2002. Peccato però che il bilancio in questione fosse stato approvato dalla Giunta già il 20 di febbraio, con delibera n. 23. Cioè le scelte si fecero tenendo conto delle "proposte avanzate"...quattro giorni più tardi!
Per evitare questi disguidi, e non dover più ricorrere alla divinazione (considerata anche la monotonia ripetitrice dei "bilanci" che verranno), tale esperimento non sarà ripetuto. Il sindaco tenterà solo di smerciare, ancora una volta, una modalità un pò più comoda per tutti: "Manderò a casa di ogni cittadino copia del bilancio di previsione approvato questa sera" (Consiglio comunale del 19 maggio 2004). Naturalmente poi non arrivò alcunché, a casa di nessuno. Ma si trattò di risparmiare carta: nessuno aveva più voglia di...previsioni! 

2° esempio
Lunedì 8 luglio 2002 si tiene, all’insaputa di tutti, un Consiglio comunale importante. L’amministrazione non ha convocato i cittadini, e non ha affisso manifesti di avviso. Motivo? Quella volta non volevano essere ascoltati! Bisognava fare in modo che il minor numero di persone possibile assistesse ad una figuraccia: quella che toccava fare ad un’amministrazione pronta a modificare, in seduta ben chiusa,  una delibera approvata solo una settimana prima, il 30 giugno, in seduta strombazzata e aperta al pubblico.
Viene in mente un celebre passo della malinconica lettera di Francesco Mirarchi, costretto a cedere il passo al settimo dei non eletti (vedi post con data 28.06.98): "...dissero che dell'opinione pubblica se ne infischiavano, per non usare altro termine..."
Il 30 giugno si era discusso, erano stati accolti due interventi dal pubblico, e si era deliberato. Subito dopo la maggioranza, che aveva votato compatta, si era precipitata a cambiare il deliberato stesso fuori dall’aula del consiglio.
I più informati dicono che il leader maximo Commodari impose, per l'ennesima volta, il proprio diktat. Di sicuro ci furono, fuori dal municipio, lunghe e rabbiose dispute notturne, e, a "botteghe oscure", lunghe e rabbiose riunioni diurne.
"Ci abbiamo riflettuto meglio", scrissero nella bozza di delibera per la settimana dopo. E la maggior riflessione, si sa, è la chiave per arrivare alla sapienza.

Di sicuro, al di là del riso amaro, e di qualsiasi esempio, rimane il fatto che Primavera Andreolese, fin dagli esordi, ha sempre messo a punto le sue strategie (parlare di "decisioni", cioè di un'attività comunque rivolta agli interessi pubblici, sembra, dopo questi dieci anni, davvero troppo) bene al chiuso, lontano da ogni consiglio, e da ogni assemblea. Con buona pace di tutta la retorica profusa, e della ben nota, nauseante, propaganda.
Sic transit gloria consiliarum comunalarum apertarum!
  

martedì 23 marzo 2004

documenti: La bacheca di Civitas








martedì 9 marzo 2004

sabato 21 giugno 2003

documenti: Rilanciare Civitas


RILANCIARE CIVITAS. MOZIONE PER L’ASSEMBLEA ANNUALE DEGLI ISCRITTI
21 giugno 2003

Civitas si è ufficialmente costituita il 14 gennaio del 2001, e si è presentata al pubblico qualche giorno dopo (esattamente il 27 gennaio), attraverso un manifesto, come nata per “realizzare un progetto e un impegno elettorale delle elezioni amministrative dell’anno scorso”. L’Associazione – proseguiva quel manifesto – “si propone di dare voce a quel vasto movimento di cittadini che si sono riconosciuti e si riconoscono nel programma e nella linea politica dell’omonima lista che ha partecipato alla competizione elettorale del 16 Aprile 2000, assicurandone la partecipazione alla vita politica, sociale, culturale ed amministrativa del Comune. Si tratta, pertanto, di un movimento civico d’opinione che si ispira ad una visione laica della politica. L’Associazione, libera ed indipendente dai partiti politici, si prefigge di perseguire i seguenti scopi: rafforzare la dignità dei cittadini e favorire il processo di partecipazione all'attività delle Istituzioni democratiche e della pubblica Amministrazione; garantire a quanti hanno difficoltà a far sentire la propria voce, la possibilità di esprimere liberamente le loro opinioni, di scegliere liberamente la propria strada, di far valere i propri diritti; promuovere una cultura della laicità della politica e della libertà del consenso, dell’affermazione del diritto, del rifiuto delle logiche del privilegio e del pregiudizio; favorire l’incontro fra persone di diversa estrazione politica, culturale e sociale, il confronto fra le diverse esperienze culturali ed umane, l’assunzione di responsabilità politica per il raggiungimento del bene comune; intraprendere tutte quelle iniziative atte a migliorare le condizioni del vivere civile, sociale, culturale e politico della comunità; supportare l’azione politica ed amministrativa dell’omonimo Gruppo consiliare al comune di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio”.

Sulla base di tutto questo chiedevamo ai cittadini interessati di aderire per “concorrere in prima persona alla definizione di un concreto percorso di crescita della nostra comunità”.

Tutti questi concetti, poi confluiti nel nostro Statuto, sono stati ampiamente e ripetutamente discussi. Già in una lettera inviata per “concordare e formalizzare la costituzione del movimento” (riunione tenutasi il 12 novembre del 2000) scrivevamo: “le elezioni del 16 Aprile rappresentavano una sorta di ’esame di maturità’ che purtroppo la nostra comunità non ha voluto superare. Un’occasione forse irripetibile di dimostrare che si può scegliere valutando i fatti, al di là delle etichette, delle ideologie e delle pretese di obbedienza. Oggi il gruppo che ha vinto quelle elezioni chiede una delega totale e in bianco, accetta solo i consensi, pretende una fiducia cieca e silenziosa. Il nostro impegno a difesa di una differente idea della politica locale, come incontro di persone diverse, come collaborazione gratuita alla soluzione dei problemi comuni, come possibilità per tutti di accedere alle informazioni e di scegliere liberamente, non deve esaurirsi con il 16 Aprile e gravare, per il futuro, solo sulle spalle dei quattro che occupano in Consiglio i posti della minoranza. E’ più che mai necessario continuare ad incontrarsi, discutere i problemi comuni, esercitare insieme quei diritti di controllo e di informazione caratteristici di una cittadinanza attiva e non lontana e ignara, a parte il mese delle elezioni, delle vere questioni che si affrontano in municipio…Civitas deve continuare ad essere una presenza con cui doversi confrontare, un soggetto plurale che offre un’opportunità di democrazia e di partecipazione. Sant’Andrea ha bisogno di una presenza di questo genere…”.

In oltre due anni Civitas ha rappresentato un’esperienza esaltante per Sant’Andrea. Dalle elezioni amministrative del 2000 in poi questo gruppo ha prodotto una quantità di informazione che, per ampiezza e qualità, non si era mai vista prima nel nostro paese. Civitas è nata, ed è cresciuta, sulla base di un’intuizione fondamentale: il movimento civico quale via privilegiata per affrontare i problemi concreti di questo paese, che consente la solidarietà e la collaborazione di soggetti che leggono la nostra realtà locale sulla base di comuni valori essenziali, a prescindere dalla differente appartenenza rispetto agli schieramenti nazionali, la rinuncia all’inganno prodotto dall’ostinazione di dover interpretare le peculiarità del nostro quotidiano attraverso occhiali ideologici, delegando ai partiti, o ai loro dirigenti più scaltri, il compito di stabilire regole e priorità, il rifiuto di ogni logica del privilegio e del pregiudizio e la necessità di sostituirli con la logica della cittadinanza. Civitas ha saputo produrre un ritorno di affezione e di simpatia per la politica come incontro e confronto di persone diverse, ha saputo privilegiare substrati comuni sepolti sotto decenni di incrostazioni generalizzanti, ha esercitato una capillare azione educativa, ha evidenziato l’urgenza, irrinunciabile e vitale, di riportare la politica locale a un livello di comprensione generale, e di non lasciarla rimanere oltre prerogativa di pochi eletti e quasi nessun elettore. E che questa fosse un’intuizione fondamentale basta a dimostrarlo il fatto che noi abbiamo raccolto circa 700 voti alle ultime amministrative, soli contro tutti i poteri forti del paese, senza essere andati nelle case, senza promettere niente e senza minacciare o lusingare nessuno. Lo dimostra anche il fatto che tanti cittadini si sono spontaneamente accostati, tanto da farci raggiungere, in breve tempo, quota 100 iscritti.

Con la precedente amministrazione avevamo vissuto, con tutti i limiti che ognuno di noi può legittimamente rilevare, una stagione di promettenti novità. Un nostro primo tentativo di “stagione dei sindaci”, che si rivolgeva ai cittadini in quanto tali, che ha ricercato e difeso sempre più spazi di autonomia, ed ha frenato l’arroganza dei partiti. Forse anche (se non soprattutto) per questo, perché il consolidamento e il successo di questo esperimento avrebbe significato la rovina definitiva di un sistema di scambi e di calcoli consacrato da 50 anni, che partiti vecchi e nuovi si sono organizzati per rioccupare le posizioni provvisoriamente e furbescamente abbandonate. Gli apparati e i poteri forti, necessitati a gestire la politica, e la rappresentanza, come cosa loro, molto privata, molto esclusiva, hanno sentito l’urgenza di affossare quell’esperienza, quell’affezione passeggera, di distruggerla, subito dopo averla sfruttata, prima che diventasse stabile, prima che toccasse davvero il sancta sanctorum. Quell’esperienza, così come l’esistenza di Civitas che ha generato, era ed è pericolosissima e intollerabile per tutti quelli che vedono nella politica solo un collettore di ambizioni e obiettivi personali. I notabili dei vari partiti, di destra e di sinistra, i difensori di qualche vecchio privilegio, tecnici, costruttori, preti militanti, poche decine di addetti ai lavori opportunisti e trasformisti. In una parola tutti quelli che hanno interesse a continuare con una politica politicante fatta di scambi, che hanno bisogno di operare in tranquillità all’ombra di una massa di militanti allineati coperti e consenzienti. Per il resto, nessuno deve osare organizzarsi in modo nuovo, tentare strade diverse. È molto netta la linea di confine oltre la quale ogni novità diventa sovversiva ed illecita. La democrazia deve essere solo predicata e rappresentata come a teatro, ma non serve davvero al popolo di Sant’Andrea, che si accontenta della propaganda e della demagogia.

E ogni persona di buonsenso ha potuto rendersi conto di qual’è stata la logica, e la prassi, di questa maggioranza negli ultimi tre anni: il sistematico rovesciamento tra procedure effettivamente praticate e valori proclamati a parole, la regolare, spudorata e compiaciuta, manipolazione della verità dei fatti, il ricorso allo slogan, alle affermazioni indimostrabili e false, che chiamano i militanti a un’adesione preconcetta e fideistica (secondo la nota tecnica dello spot, per cui il “compratore”, inseguito e bombardato dal messaggio, finisce per convincersi davvero che gli stanno vendendo merce di sicura qualità), un pluralismo di facciata utilizzato come velo per coprire l’indecenza di un vero e proprio strapotere della maggioranza, con margini di dibattito sempre più ridotti e margini di manovra sempre più esigui per le opposizioni, che non hanno avuto voce in capitolo nemmeno per quelle cose che sembravano oggettivamente essere di tutti (convenzioni, commissioni, lavori post alluvione, regolamenti ecc.), il continuo trattare da “disturbatori della quiete pubblica” coloro che volevano far ripartire la discussione su un qualsiasi argomento, l’uso della carica istituzionale per gettare schizzi di fango e sospetti sugli avversari politici, l’utilizzo del peso del proprio ruolo per minacciare e intimidire chi mostrava di volersi avvicinare al dissenso, un linguaggio ufficiale vergognosamente allusivo e violento, la delibera n.56 del 16 maggio 2002, con allegato avvertimento che sarebbe stato “riservato lo stesso trattamento” a chi avesse osato manifestarsi d’accordo con il giornalista colpito, numerose minacce di querela, vigili e carabinieri mandati in pieno giorno a fotografare le nostre bacheche, convocazioni in caserma, consigli comunali imboscata, una serie infinita di discriminazioni, di diffide e di pressioni, che sarebbe troppo lungo elencare adesso ma che ognuno di noi conosce bene. Questa maggioranza ha preteso l’impunità per sé ed il bavaglio per i rappresentanti dell’opposizione. Ha offerto uno spettacolo volgare e sovversivo della legalità. Si è tenacemente mossa con una logica populista e arrogante da piccolo regime autoritario di paese, intollerante verso ogni forma di dissenso e teso a perseguire gli interessi di una ristretta cerchia di intimi…”dispotismo di pochi intimi”, tanto per parlare con le loro parole! Il vero problema di quest’amministrazione non è stato fare un volo di fantasia per i problemi degli andreolesi, ma quello di difendere se stessa dal poter essere infastidita.

A questo stato di cose hanno contribuito ancora due fattori: l’alibi del consenso popolare, difficile da smascherare proprio perché in troppi non sembrano ancora disposti a cogliere l’inganno di una falsa democrazia, mentre la legittimità formale non è di per sé sinonimo di legittimità sostanziale, ed il successo elettorale non può costituire occasione per una resa dei conti con le istituzioni e le componenti non omogenei agli interessi degli “eletti dal popolo”, e l’atteggiamento tenuto dalla chiesa locale, che non è disposta a operare come una realtà autonoma, diversa, spirituale, estranea alle contese, ma ritiene, anzi pretende, di essere un soggetto politico tra gli altri, ancora in regime di cristianità. E quindi tratta, scambia voti, conclude accordi, percepisce contributi, organizza manifestazioni e ammonisce, decide come una forza sociale, come un potere tra gli altri, strumentalizza e si lascia strumentalizzare, al pari delle altre realtà locali, associative, dello sport, del volontariato, della cultura, tutte uscite dall’ibernazione per prodigarsi ad offrire, in cambio di sussidio e di benevolenza, presunti, e spesso discutibili, risultati da esibire nel palmares di un’amministrazione altrimenti fallimentare.

Questa è la realtà concreta nella quale siamo inseriti. Questo è il quadro, desolante ma purtroppo realistico, delle condizioni dalle quali siamo chiamati, volendo, a ripartire: un paese ancora in attesa di costruire l’alfabeto della democrazia, di dare il giusto orizzonte a due tre parole-chiave che aspettano di essere tramutate in fatti. Un paese arretrato, dove non si intravedono ancora acquisizioni e valori fondamentali di civiltà che per altri risalgono al XIII secolo. Non dire queste cose significherebbe commettere un doppio errore, perché non si descriverebbe la realtà per quello che effettivamente è, e si darebbe l’impressione che sia inevitabile aver paura. Assolvere o difendere questa maggioranza, principale responsabile di tanta oscurità, equivale a veder volare gli asini.

Dinanzi a questo disastro, a tanta spudoratezza morale e politica, a un deficit di civiltà così allarmante, o si aspetta semplicemente di poter prendere il posto degli attuali oligarchi per riproporre, sotto una sigla diversa, le stesse identiche logiche, o si fa finta di non vedere e di non sentire, perché si sa di non aver la forza necessaria a fermare certe decisioni e si esclude a priori di poterle almeno denunziare e condannare per quello che sono, oppure si accetta l’unico atteggiamento possibile. Che è quello di chi non intende rinunciare all’onestà intellettuale e alla dignità. Continueremo ad assistere a questa deriva senza poter intervenire, ma la denunziamo almeno per quello che è. E non è poco. Ogni giorno di impegno può significare una persona in più che prende coscienza. Più un paese è obiettivamente e compiutamente informato, più cresce la sua capacità critica, la capacità di compiere scelte meditate e consapevoli. Questo è l’unico orizzonte strategico credibile, in una situazione dolorosa che non ammette tatticismi. Certo, non è solo l’opposizione che deve difendere la libertà dei cittadini. Bisogna chiedersi anche cosa i cittadini sono disposti a fare per difendere la propria libertà. Se intendono domandare a quelli che hanno eletto perché, quando chiesero il voto tre anni fa, non parlarono di queste loro intenzioni ma promisero pensioni, lavoro, meno tasse, case popolari, agevolazioni urbanistiche ecc. Ma se noi davvero pensassimo che l’informazione verso la gente per bene non serve a nulla, e di aver già fatto tutto quello che è nelle nostre possibilità di fare, dovremmo coerentemente smettere con ogni impegno politico, anche con quello che molti di noi svolgono nel proprio partito di appartenenza.

Proprio per questo motivo, il bilancio di questi tre anni (e quindi anche il bilancio di questo Direttivo) non è tutto positivo. Bisogna anche dire che molti degli entusiasmi iniziali si sono smorzati, e anche gran parte della carica ideale degli esordi è andata perduta, come se avessimo bisogno della competizione elettorale per sentire entusiasmo. E questo è un tragico errore, proprio nel momento in cui sempre più diffusi si fanno i malumori e sempre più chiaramente appare la voracità, la protervia e la mancanza di cultura democratica dei nostri amministratori. Sempre meno gente si riconosce in questa maggioranza dei miracoli mancati, e constata ormai che promesse elettorali, feste di piazza, processioni, celebrazioni, cori polifonici, conclavi e assemblee, non fanno una politica di sviluppo, di lavoro, di infrastrutture, di crescita per la nostra piccola comunità. Tutt’al più fanno gli interessi di un gruppo di potere, che non è in grado di dare qualcosa ai cittadini. Non diciamo sviluppo, ma almeno idee dignitose da discutere.

Da questo punto di vista c’è una forte differenza tra l’attività svolta da noi subito dopo le elezioni, e nel primo anno di vita dell’Associazione (2000-2001), e quanto prodotto nel 2002. Se nei primi mesi Civitas ha egregiamente svolto il compito per il quale è nata, raggiungendo quota cento iscritti, e suscitando le ire dei padroni del vapore, nel corso del 2002 la sua attività si è quasi congelata. Progressivamente e lentamente si è creato un processo di “prolocizzazione”. Le iniziative culturali, egregie e apprezzabili quando sono un'attività di contorno (come la manifestazione estiva con Marziale Mirarchi, con la quale abbiamo dimostrato che si possono mettere in piedi eventi culturali di alto profilo e di concreto interesse locale a costo zero), meno quando diventano alibi per non disturbare più di tanto il “manovratore” o si riducono al dovere di applaudire o presenziare a qualsiasi cosa, confondendo la gente, sono diventate l’unica ossessione. L’informazione sui disastri combinati dai nostri amministratori, parte qualificante del primo periodo, è stata quasi completamente lasciata al Gruppo Consiliare. Civitas ha quasi avuto paura di qualificarsi e presentarsi per quello che è – un movimento civico che si occupa di politica locale – ed è stata presa dall’assillo di apparire solo un’associazione. Ci siamo ritrovati a discutere di chi doveva firmare i documenti, qualche volta abbiamo preso posizioni non coerenti tra gruppo e movimento, abbiamo cominciato a fare calcoli di opportunità o preso posizioni non chiare con il pretesto che fossero “provocatorie”. Abbiamo taciuto su questioni importanti, venendo meno all’impegno, che dovrebbe essere sacro, preso con i nostri elettori il giorno dell’insediamento. E’ venuto meno anche il metodo, perché un conto è accettare – dopo adeguata discussione e dopo aver liberamente votato – le decisioni della maggioranza, un conto è se il Presidente intrattiene, su questioni importanti, singoli colloqui bilaterali, addolcendo o inasprendo la pillola a seconda dell’interlocutore. Così nessuna riunione di direttivo, o dell’assemblea, ha deliberato a maggioranza che bisognava tacere sulla grandiosa ingiustizia del campanile. Nessuna riunione del direttivo o dell’assemblea ha sancito la strategia del silenzio rispetto allo scempio dell’utilizzo dei fondi post-alluvione. Nessuna riunione del direttivo o dell’assemblea ha decretato che non bisognava fare la festa di piazza nel 2002. Nessuna riunione di direttivo o dell’assemblea ha deciso a maggioranza, dopo esauriente discussione, che si dovrebbe offrire, nell’eventualità di una manifestazione con Gianni Amelio, la possibilità del patrocinio a questa amministrazione, facendole così un clamoroso e inspiegabile regalo che confonderebbe la gente, e contribuendo a consolidare la perniciosa sensazione che tutti i salmi (delle questioni coraggiosamente sollevate) finiscono in gloria (nella marmellata cosiddetta “culturale”). Nessuna riunione di direttivo o di assemblea ha stabilito che Ciccio Cosentino (come qualsiasi altro di noi) quale ex sindaco e attuale capogruppo di minoranza, preso di petto continuamente e direttamente con una strategia criminale, debba in definitiva difendersi da solo, semplicemente perché una solidarietà troppo aperta toglie, a chi può dialogare con Civitas “solo a certe condizioni”, spazio opportunità e speranza.

Così ridotta, prolocizzata, surgelata, privata della propria carica di dirompente novità, Civitas non serve. Sono più che sufficienti, anche per la politica locale, i vecchi partiti, di destra o di sinistra che siano, quelli storicamente presenti a Sant’Andrea o quelli apparsi di recente nel nostro panorama. Ai quali non possiamo, né adesso né in futuro, permettere di accostarsi alla nostra forza dettando condizioni, e rispetto ai quali abbiamo tutto il diritto di fare apertamente politica, come avevano il diritto di farla tutti quei movimenti che gli attuali reggitori del Comune hanno avuto in passato la necessità e la possibilità di creare. L’acqua per far crescere la buona pianta di Civitas, una politica che deve coinvolgere sempre più persone, non deve perdersi nelle aride astrazioni dei suoi dirigenti. Il rinnovamento deve muoversi dal basso, conoscere la gente, ascoltarla e imparare, leggere i moti profondi e nascosti di una società e non certificare l’esistente. Il silenzio e il congelamento di Civitas non hanno, inoltre, nulla a che fare con la “pace” o con la ricerca di “toni più sereni”, perché questi ultimi due valori o sono fondati sulla giustizia o non sono. E’ scontato da almeno quarant’anni, dalla Pacem in Terris, di cui ricorre questo anno l’anniversario, in poi. Lo ripete continuamente l’attuale Pontefice che, almeno fino ad oggi, non risulta essere tra gli iscritti più estremisti di Civitas. Chi invoca la “pace” per essere libero di fare i propri comodi non è veramente un uomo di pace, e sono ben altri i suoi valori e i suoi obiettivi. E’ opera meritoria contribuire a smascherarlo e neutralizzarne la speculazione. Solo con un avversario che si comportasse con un minimo di decenza sarebbe immaginabile un confronto su alcune questioni chiave. Oggi, con questa maggioranza, collaborando l’opposizione chiuderebbe in perdita la partita, non tanto la sua, ma quella della nostra ancora mai realizzata democrazia. Che fare? I notai? I tartufi che guardano passare le carte e si fermano a calcolare se, in relazione alle logiche di sempre, parlare può essere più o meno vantaggioso? I servi sciocchi e senza schiena dritta che servono a ogni regime?

L’esperienza di Civitas è dunque finita, o destinata a finire? Pensiamo di no, e vogliamo fare una serie di proposte concrete per rilanciare:

1. Il ritorno ad una piena fedeltà allo statuto, che comporta la consapevolezza dell’esperienza da cui siamo nati e l’orgoglio di presentarci come “movimento” politico con i fini che ci siamo dati al momento della fondazione e che abbiamo perseguito nel primo periodo;

2. La fine di ogni fittizia distinzione tra movimento e gruppo consiliare, in una fusione che sia rispettosa dell’autonomia dei consiglieri ma che ci consenta di esercitare insieme e con più forza quei diritti che in passato hanno esercitato movimenti come Governo Comune e similari;

3. Un direttivo composto da persone chiaramente impegnate sulla linea dello statuto, che si riunisca più regolarmente, che sia l’unica sede, oltre all’assemblea, in cui prendere decisioni, allargato almeno a nove membri, nel quale i nostri consiglieri comunali siano presenti di diritto;

4. Una maggiore attenzione formale alle procedure, garanzia di democrazia interna, con discussioni seguite da votazioni, anche con la possibilità di verbalizzare sinteticamente le sedute;

5. Uscita di Parrasuni con regolarità almeno quadrimestrale, ma con la possibilità di prevedere oltre ai redazionali, articoli firmati dai singoli, che sono una garanzia di pluralismo e risolvono il problema di un eccesso di mediazione e di un’estenuante concertazione che alla fine lascia tutti insoddisfatti;

6. Deleghe sempre più ampie, e una più netta divisione dei compiti, tra chi sente l’esigenza di un più forte impegno politico e chi intende occuparsi di aspetti socio-culturali.

Il nostro piccolo patrimonio ideale, la straordinaria intuizione iniziale, la splendida novità delle nostre piccole azioni, che hanno fatto grande e forte un movimento sul quale molti ironizzavano all’inizio e che hanno cominciato a temere subito, non può andare sciupato. Noi abbiamo l’obbligo di riaffermare questo tesoro, di raccontare questa ricerca. Resta la sfida di continuare a rappresentare queste ragioni e queste fatiche, senza cedere alla sopraffazione e alla prepotenza di pochi, di una parte che può continuare ad abusare del potere solo se l’opinione pubblica non viene correttamente informata. Serve ancora un piccolo sforzo di fantasia e di creatività, necessarie per riannodare più strettamente il popolo di coloro che sono consapevoli con quelli che non ricevono informazione alternativa a quella distribuita dalle solite fonti. Sono possibili, anche da noi, ulteriori aperture al nuovo. In futuro ci aspetta un alto tasso di politicità che richiede risposte collettive diverse da quelle praticate finora. Si tratta di essere disponibili a cambiare e a cambiarsi, di avere il coraggio di mettere in discussione anche certezze che sembrano consacrate dalla più rigida tradizione. Si tratta di non accettare più passivamente determinate cose, senza per questo pretendere di vederle cambiare in un giorno, ma lavorandoci dentro, sporcandosi le mani e rimboccandosi le maniche, diversamente i valori più importanti sono ridotti a omelia di parte. La falsa convinzione che l’opinione pubblica sia incapace di ogni responsabilità e capacità di reazione è un’altra negazione della democrazia. Può veramente crederci solo chi appartiene a una casta che pretende di avere le mani libere “per il nostro bene”. Servono piccoli gesti di obiezione di coscienza, di protesta nonviolenta. Dobbiamo coinvolgere sempre più persone nell’elaborazione di idee e di programmi. Il nostro limite non è aver fatto troppa politica ma averne fatto ancora troppo poca. Dobbiamo concretamente decidere che fare e dove ci collochiamo, e deciderlo adesso tutti in assemblea, senza comitati ristretti. Il nostro obiettivo non può essere lasciare le cose come stanno e cercare semplicemente di tornare al governo del paese: la nostra meta deve essere un progetto per il paese. C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare. Questo, per Sant’Andrea, è il tempo di parlare. Diversamente la rottura sarà la logica conclusione di un dissenso politico, e tutto questo patrimonio sarà disperso. L’evoluzione storica di Civitas non avrà rispettato quanto era nelle sue splendide premesse, e la politica a Sant’Andrea tornerà ad essere quello che è sempre stata, argomento di chiacchiera o di obbedienza per i molti, e opportunità di fruttuoso scambio per pochi, quello che vogliono che continui ad essere proprio coloro che hanno deciso di travolgere l’esperienza dell’amministrazione precedente o, dall’altra parte, ci chiedono adesso di non sembrare, a quell’esperienza, troppo vicini.
Pasquale Cosentino